22/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Legge marziale nel Paese, la libertà di stampa è la prima vittima della crisi
Almeno 120 morti da gennaio ad oggi, lo sciopero generale che prosegue aggravando la crisi economica e i colloqui tra le autorità e i sindacati che non decollano. Niente di nuovo nella crisi guineana? Non proprio. La legge marziale, approvata dal presidente Lansana Conte il 12 febbraio per far fronte agli scontri tra esercito e manifestanti, ha fatto la sua prima vittima: la libertà di stampa. Le radio private sono state chiuse con minacce e intimidazioni, i giornali non escono più e le connessioni internet sono state interrotte dalle autorità. PeaceReporter ha raccolto le testimonianze di tre giornalisti.
 
Soldati pattugliano i sobborghi della capitale ConakryCrisi. “Ultimamente non è solo difficile lavorare – riferisce Ibrahima Nouhou Baldé, del quotidiano L’Observateur – sta diventando impossibile anche recarsi sul luogo degli eventi per capire cosa succede. Grazie alla legge marziale le Forze Armate continuano a saccheggiare abitazioni, specie durante la notte, e a chiedere il pizzo, maltrattando chi non è in grado pagare”. Accompagnata da un coprifuoco in vigore dalle sei di mattina alle sei di sera, la legge marziale è stata imposta dopo i pesanti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sindacati e opposizione chiedono la rimozione del nuovo premier Eugene Camara, nominato a inizio febbraio da Conte e ritenuto troppo vicino al presidente, e la nascita di un governo di larghe intese, che possa dare il via alla fase di transizione e alla democratizzazione del Paese. Finora, però, le trattative non hanno portato risultati concreti, con i sindacati che chiedono la revoca dello stato d’assedio e il presidente che si rifiuta di rimuovere il primo ministro, chiedendo la concessione di un periodo di prova per valutarne l’operato. “Se all’inizio della crisi i sindacati guidavano la protesta, ora è la popolazione ad essere diventata il soggetto principale – prosegue Baldé – tanto che in 29 prefetture su 33 gli uffici governativi sono stati saccheggiati dai manifestanti infuriati. Ormai partiti e sindacati non hanno più il controllo della piazza”.
 
Sciopero. Accusati di aver fomentato le proteste, i mezzi di informazione privati sono diventati il facile bersaglio della repressione. “Non abbiamo più la possibilità di lavorare – conferma Oumar Yacine Bah, giornalista del quotidiano Le Jour - e se vi sto parlando al telefono è a mio rischio e pericolo, visto che i cellulari dei giornalisti sono controllati dalla polizia”. Neanche gli appelli alla calma e al rispetto dei diritti umani, lanciati dalla comunità internazionale, hanno sortito effetti. “Ieri, nel corso di una visita di stato effettuata dai presidenti di Sierra Leone e Liberia, alcuni giornalisti sono stati picchiati e insultati – prosegue Bah – tanto per far capire come questo governo si interessi della sua immagine all’estero”. E se la situazione è apparentemente calma nella capitale Conakry, lo sciopero generale che prosegue da gennaio per protestare contro l’operato del presidente mostra come la gente sia determinata ad arrivare a una soluzione radicale. “Solo alcuni piccoli commercianti hanno ripreso le attività – conclude Bah – ma per il resto tutto tace: negozi, scuole, uffici…tutto chiuso”.
 
Una stazione della polizia bruciata dai manifestantiRadio. Ad essere particolarmente colpite dalla repressione governativa sono state le radio, che nelle prime settimane di sciopero aggiornavano con tempestività la popolazione su scontri e trattative. “L’esercito è entrato negli studi dell’emittente Liberté FM distruggendo tutto – rivela Caleb Kolié, direttore della radio Familia FM – fortunatamente i miei colleghi mi hanno avvertito in tempo. Ho potuto portar via i macchinari più costosi e chiudere a chiave l’ufficio prima che arrivasse l’esercito. Mi hanno minacciato e insultato, ma almeno non abbiamo subìto danni. Il governo ha anche tagliato le connessioni internet, così a fornire notizie sono rimasti solo gli organi di stampa ufficiali”. Il muro contro muro di presidente e sindacati non lascia presagire nulla di buono. “Da una parte c’è l’esercito, che sostiene a spada tratta Conte – continua Kolié – dall’altra la popolazione, che nonostante le difficoltà è determinata a proseguire lo sciopero generale. D’altronde è inevitabile: sono morte 120 persone finora, un prezzo troppo alto per lasciare che il tutto si risolva con un compromesso di facciata”. 

Matteo Fagotto

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