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Crisi. “Ultimamente non è solo difficile lavorare – riferisce
Ibrahima Nouhou Baldé, del quotidiano L’Observateur
– sta diventando impossibile anche recarsi sul luogo degli eventi per capire
cosa succede. Grazie alla legge marziale le Forze Armate continuano a
saccheggiare abitazioni, specie durante la notte, e a chiedere il pizzo,
maltrattando chi non è in grado pagare”. Accompagnata da un coprifuoco in
vigore dalle sei di mattina alle sei di sera, la legge marziale è stata imposta
dopo i pesanti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sindacati e opposizione
chiedono la rimozione del nuovo premier Eugene Camara, nominato a inizio
febbraio da Conte e ritenuto troppo vicino al presidente, e la nascita di un
governo di larghe intese, che possa dare il via alla fase di transizione e alla
democratizzazione del Paese. Finora, però, le trattative non hanno portato
risultati concreti, con i sindacati che chiedono la revoca dello stato
d’assedio e il presidente che si rifiuta di rimuovere il primo ministro,
chiedendo la concessione di un periodo di prova per valutarne l’operato. “Se
all’inizio della crisi i sindacati guidavano la protesta, ora è la popolazione
ad essere diventata il soggetto principale – prosegue Baldé – tanto che in 29
prefetture su 33 gli uffici governativi sono stati saccheggiati dai manifestanti
infuriati. Ormai partiti e sindacati non hanno più il controllo della piazza”.
Radio. Ad essere particolarmente colpite dalla repressione governativa
sono state le radio, che nelle prime settimane di sciopero aggiornavano con
tempestività la popolazione su scontri e trattative. “L’esercito è entrato
negli studi dell’emittente Liberté FM distruggendo
tutto – rivela Caleb Kolié, direttore della radio Familia FM – fortunatamente i miei colleghi mi hanno avvertito in
tempo. Ho potuto portar via i macchinari più costosi e chiudere a chiave
l’ufficio prima che arrivasse l’esercito. Mi hanno minacciato e insultato, ma
almeno non abbiamo subìto danni. Il governo ha anche tagliato le connessioni
internet, così a fornire notizie sono rimasti solo gli organi di stampa
ufficiali”. Il muro contro muro di presidente e sindacati non lascia presagire
nulla di buono. “Da una parte c’è l’esercito, che sostiene a spada tratta Conte
– continua Kolié – dall’altra la popolazione, che nonostante le difficoltà è
determinata a proseguire lo sciopero generale. D’altronde è inevitabile: sono
morte 120 persone finora, un prezzo troppo alto per lasciare che il tutto si
risolva con un compromesso di facciata”. Matteo Fagotto