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Stipendiati. Degania, l’ultimo tra i kibbutzim
israeliani a prendere la via della privatizzazione, è stato uno dei luoghi
simbolo del sionismo in cui hanno vissuto poeti e ideologi. Il primo bambino
nato a Degania è stato il generale israeliano ed ex ministro della Difesa Moshe
Dayan. La decisione di privatizzare, votata lo scorso sabato, viene al termine
del periodo di sperimentazione, durante il quale i lavoratori hanno per la
prima volta percepito degli stipendi. In precedenza, i salari dei 320
lavoratori del kibbutz venivano versati su un conto comune in cambio di servizi
gratuiti e un sussidio basato sulle necessità individuali e il numero dei
familiari. Ora i lavoratori verranno retribuiti in base al merito e potranno
tenere il denaro ricevuto. In compenso dovranno pagare i servizi come acqua e
elettricità, oltre alle tasse della comunità, che saranno calcolate in base al
reddito. Il nuovo regolamento contempla la possibilità di salari differenziati
fino all’85% e appartamenti di proprietà distribuiti tra i lavoratori. Questo
“kibbutz rinnovato”, come si definiscono quelli privatizzati, prevedrà anche un
sistema di sicurezza che garantirà una qualità della vita ragionevole anche
alle fasce più deboli dei lavoratori. I rappresentanti del kibbutz ci tengono
comunque a spiegare che la scelta di privatizzare è stata presa da una
posizione di solidità economica e sociale, non per necessità.
Nostalgia. La decisione è stata votata dalla grande
maggioranza dei membri, ma non è stata una scelta facile. “In un certo senso mi
sento triste” spiega Allan Shapiro, docente di legge in pensione che vive a
Degania da quasi 50 anni: “ho nostalgia del kibbutz tradizionale. Ma quello che
conta è che qui ci siano degli ebrei che lavorano la terra con le proprie mani
e che, se hanno delle necessità, le hanno in quanto comunità”. I kibbutzim in
Israele sono circa 260, due terzi dei quali, negli ultimi anni, hanno già
sperimentato forme simili di privatizzazione per tentare di preservare lo stile
di vita comunitario di fronte ai cambiamenti del moderno mercato. “Degania ha
rappresentato un modello dei valori sociali del movimento dei kibbutz in
Israele –spiega Shai Shoshani, capo del comitato gestionale-. Per noi è molto
importante mostrare rispetto per coloro che hanno lavorato tutta la vita e
hanno dato tutto se stessi per questo posto meraviglioso. Ma allo stesso tempo
vogliamo creare una prospettiva attraente per i giovani che ci vivono e per la
prossima generazione. Siamo certi che la qualità della vita dopo il cambiamento
si dimostrerà una risposta adeguata al duro lavoro di quelle persone”. Oggi gli
israeliani che vivono nei kibbutzim sono circa 117 mila, ma negli ultimi anni
sempre più spesso gli abitanti hanno scelto di lavorare all’esterno delle
comuni, che hanno visto crescere in modo esponenziale la manovalanza affittata,
spesso proveniente dall’estero, in particolare dal sudest asiatico.Naoki Tomasini
Parole chiave: Degania, kibbutz, privatizzazione, Israele, stipendi