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Exit Strategy. Secondo Blair, che ha concordato il
ritiro progressivo con il premier iracheno Al Maliki, la strategia di uscita
dall’Iraq è resa possibile dal successo dell’operazione di sicurezza, chiamata
Sinbad,
lanciata lo scorso settembre, che ha visto truppe britanniche e irachene
impegnate contro le roccaforti degli insorti nel sud del paese. Blair non ha
specificato quando avrà inizio il ritiro, ma ha chiarito che le sue modalità
dipenderanno comunque dalla situazione sul terreno “Il ritorno delle truppe –ha
spiegato il premier ai parlamentari- dipenderà dalla capacità delle forze
irachene di mantenere la stabilità. Il ritiro non sarà una diminuzione del
nostro potenziale bellico”. Le truppe britanniche rimarranno prevalentemente
nella base aerea di Bassora e i loro compiti saranno la formazione delle truppe
irachene, il controllo dei confini con l’Iran e, eventualmente, la
partecipazione alle operazioni militari contro le milizie ribelli. Lo scorso
anno l’esercito britannico aveva già trasferito il controllo di due province al
governo iracheno, quella di Al Muthanna e di Dhi Qar. La prossima a passare sotto
il controllo iracheno dovrebbe essere quella di Maysan, nei prossimi mesi, e,
nella seconda metà del 2007, quella di Bassora. Ieri il ministro della difesa
britannico ha annunciato che, per la prima volta dall’invasione del 2003, le
truppe britanniche stanno prendendo ordini direttamente dal ministero
dell’Interno di Baghdad.
Coalizione intatta? L’annuncio del ritiro delle
truppe britanniche potrebbe essere una pesante tegola sulla Coalizione guidata
degli Usa che, dopo i ritiri di contingenti minori come quello spagnolo e
italiano, perderebbe anche il principale alleato in una guerra che pare ben
lontana dalla fine. Il segretario di stato Usa Condoleezza Rice, però, non si
è
scomposta e ha dichiarato che “la coalizione è ancora intatta, i britannici continueranno
ad avere migliaia di soldati nel sud del paese”. Da parte dei democratici
d’oltreoceano, invece, l’annuncio di Blair è stato inteso come una conferma
delle loro posizioni. “Non importa come la Casa Bianca cerchi di girare la
questione, quel che conta è che il governo britannico ha preso le distanze
dalla linea del presidente Bush -ha detto il senatore Edward Kennedy,
democratico del Massachussets. È tempo di cambiare strategia, di iniziare un
duro lavoro diplomatico con l’Iraq e i paesi vicini e di ritirare le nostre
forze armate”. “L’annuncio di oggi pone una domanda” gli fa eco Brendan Daly,
portavoce dei democratici californiani: “perché stiamo mandando migliaia di
truppe aggiuntive in Iraq proprio mentre i britannici pianificano il ritiro?”.
Oggi un portavoce del ministero della Difesa lituano ha dichiarato che la
Lituania sta “seriamente considerando l’ipotesi di ritirare i suoi 53 soldati
dall’Iraq”, alla scadenza della missione, prevista per agosto. Sempre oggi, il
primo ministro della Danimarca ha annunciato che entro agosto il governo
ritirerà il suo contingente di 460 persone, che attualmente opera sotto il
comando britannico a Bassora. Per Bush la sola buona notizia della giornata
viene dall’Australia, che ha fatto sapere di non avere al momento intenzione di
ritirare i suoi 1400 soldati dall’Iraq.Naoki Tomasini
Parole chiave: Tony Blair, Iraq, Ritiro, Danimarca, Litiania, Condoleezza Rice, Sinbad