22/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Si discute la nuova legge sul petrolio e spuntano giacimenti in zona sunnita
Il Parlamento iracheno sta per varare la nuova legge sulla gestione dei proventi dell’estrazione petrolifera, ma la decisione che verrà presa non mancherà di suscitare polemiche. In molti infatti ritengono che il gruppo delle compagnie petrolifere straniere, compresa l’italiana Eni, siano pronte a spartirsi le ricchezze degli iracheni, con la benedizione dei governi della Coalizione e dello stesso esecutivo di Baghdad.
 
un'istallazione di valvole per pozzi petroliferi nella regione dell'al-anbarLa variabile sunnita. Uno dei problemi che, secondo la maggioranza degli osservatori, occupa un ruolo centrale nelle motivazioni che animano la guerriglia armata sunnita è proprio la ripartizione dei denari prodotti dall’oro nero. Tutti i giacimenti conosciuti e sfruttati fino a ora in Iraq si trovano nelle zone settentrionali e meridionali del Paese, per lo più nelle mani dei curdi e degli sciiti.
La federazione delle autonomie che anima l’Iraq del dopo Saddam renderebbe la situazione intollerabile per i sunniti, che si troverebbero a gestire la zona più povera dell’Iraq. Ma questa situazione potrebbe mutare adesso, almeno secondo il gruppo di studiosi iracheni e statunitensi che, dall’invasione dell’Iraq nel 2003, lavorano alla ricerca di giacimenti naturali nelle aree sunnite. “E’ un’opportunità fenomenale loro. Quello che dobbiamo fare è dare alla gente dell’al-Anbar un futuro diverso, e questa opportunità rappresenta una speranza e un futuro per loro”, ha commentato il generale John K. Allen, comandante delle truppe della Coalizione nel settore occidentale iracheno, quello della provincia dell’al-Anbar, santuario della resistenza armata sunnita. Il generale si è recato di persona, in pieno deserto, a visitare le zone attorno alla località di Akkas, dove secondo gli esperti che ci lavorano si troverebbero una serie di giacimenti di petrolio e di gas naturale. Tesi condivisa anche da Natik K. al-Bayati, funzionario del ministero del Petrolio iracheno che coordina i lavori di ricerca. “Trovare il petrolio qui sarebbe un sogno”, ha dichiarato alla stampa al-Bayati, e il motivo è semplice: petrolio anche per i sunniti significherebbe la possibilità politica di trovare un accordo tra le comunità irachene e sciiti, sunniti e curdi potrebbero avere i loro proventi economici, lasciando libere le compagnie petrolifere occidentali di portare a casa i dividendi per i quali hanno investito tanti soldi sull’avventura dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati.
 
due marines usa impegnati in combattimento nell'al-anbarUn giacimento misterioso. Quello che lascia perplessi della vicenda è il fatto che, per decenni, il regime di Saddam Hussein non abbia trovato e sfruttato questi giacimenti. Qualche giornalista l’ha fatto notare, ma al-Bayati ha spiegato che “a causa dell’embargo in Iraq, mancavano gli strumenti tecnici di ultima generazione per dare seguito a una serie di rilevazioni preliminari interessanti, che lasciavano intuire come nella zona ci potessero essere dei giacimenti petroliferi”. L’invasione del 2003 ha invece permesso ai tecnici più esperti di riavviare le analisi necessarie e di ritenere, con cauto ottimismo, che nella zona dell’al-Anbar ci siano giacimenti di gas e petrolio.
A livello politico sarebbe una svolta, visto che la provincia è completamente fuori controllo è che un militare Usa su due ha perso la vita proprio a causa delle continue battaglie con i ribelli in quella zona. Una svolta tanto importante da far sospettare i più scettici che possa trattarsi di una manovra diversiva, per illudere i sunniti, e spingerli a ratificare la nuova legge sulla distribuzione dei proventi petroliferi. Rinunciando magari a Kirkuk.
 
un pozzo petrolifero a kirkukLa torta di Kirkuk. Kirkuk infatti, mentre per il momento i giacimenti in al-Anbar sono una chimera, rappresenta il fronte vero e proprio della battaglia per la distribuzione dei proventi petroliferi del futuro, dove curdi e arabi si danno battaglia. La città, a maggioranza curda, fu ‘arabizzata’ con la forza dal regime di Saddam, per rendere più fedele al governo la città che da sola rappresenta la zona più ricca di risorse petrolifere in Iraq. Quando è caduto il regime, nel 2003, i curdi hanno utilizzato la stessa tattica, ‘curdizzando’ la città con il massiccio arrivo d’immigrati curdi da varie parti del Paese. Il governo ha deciso che sarà un referendum, che dovrebbe tenersi a dicembre 2007, a decidere del destino di Kirkuk, ma sia i curdi che gli arabi lamentano le distorsioni demografiche avvenute negli anni che finirebbero per alterare il risultato del voto. Il referendum assegnerebbe, con tutto il suo bagaglio di ricchezze, Kirkuk al Kurdistan iracheno o alla zona sunnita del Paese, con una grande incidenza sui futuri assetti economici delle due comunità.
Se si rivelasse fondata la teoria dei pozzi in al-Anbar, sarebbe più facile per tutti trovare un accordo su Kirkuk, che potrebbe andare ai curdi. Ma che questi pozzi esistano è tutto da dimostrare. 

Christian Elia

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