Il Parlamento iracheno
sta per varare la nuova legge sulla gestione dei proventi dell’estrazione petrolifera,
ma la decisione che verrà presa non mancherà di suscitare polemiche. In molti
infatti ritengono che il gruppo delle compagnie petrolifere straniere, compresa
l’italiana Eni, siano pronte a spartirsi le ricchezze degli iracheni, con la
benedizione dei governi della Coalizione e dello stesso esecutivo di Baghdad.
La variabile sunnita. Uno
dei problemi che, secondo la maggioranza degli osservatori, occupa un ruolo
centrale nelle motivazioni che animano la guerriglia armata sunnita è proprio
la ripartizione dei denari prodotti dall’oro nero. Tutti i giacimenti
conosciuti e sfruttati fino a ora in Iraq si trovano nelle zone settentrionali
e meridionali del Paese, per lo più nelle mani dei curdi e degli sciiti.
La federazione delle
autonomie che anima l’Iraq del dopo Saddam renderebbe la situazione
intollerabile per i sunniti, che si troverebbero a gestire la zona più povera
dell’Iraq. Ma questa situazione potrebbe mutare adesso, almeno secondo il
gruppo di studiosi iracheni e statunitensi che, dall’invasione dell’Iraq nel
2003, lavorano alla ricerca di giacimenti naturali nelle aree sunnite. “E’
un’opportunità fenomenale loro. Quello che dobbiamo fare è dare alla gente
dell’al-Anbar un futuro diverso, e questa opportunità rappresenta una speranza
e un futuro per loro”, ha commentato il generale John K. Allen, comandante
delle truppe della Coalizione nel settore occidentale iracheno, quello della
provincia dell’al-Anbar, santuario della resistenza armata sunnita. Il generale
si è recato di persona, in pieno deserto, a visitare le zone attorno alla
località di Akkas, dove secondo gli esperti che ci lavorano si troverebbero una
serie di giacimenti di petrolio e di gas naturale. Tesi condivisa anche da
Natik K. al-Bayati, funzionario del ministero del Petrolio iracheno che
coordina i lavori di ricerca. “Trovare il petrolio qui sarebbe un sogno”, ha
dichiarato alla stampa al-Bayati, e il motivo è semplice: petrolio anche per i
sunniti significherebbe la possibilità politica di trovare un accordo tra le
comunità irachene e sciiti, sunniti e curdi potrebbero avere i loro proventi
economici, lasciando libere le compagnie petrolifere occidentali di portare a
casa i dividendi per i quali hanno investito tanti soldi sull’avventura
dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati.
Un giacimento misterioso.
Quello che lascia perplessi della vicenda è il fatto che, per decenni, il
regime di Saddam Hussein non abbia trovato e sfruttato questi giacimenti.
Qualche giornalista l’ha fatto notare, ma al-Bayati ha spiegato che “a causa
dell’embargo in Iraq, mancavano gli strumenti tecnici di ultima generazione per
dare seguito a una serie di rilevazioni preliminari interessanti, che
lasciavano intuire come nella zona ci potessero essere dei giacimenti
petroliferi”. L’invasione del 2003 ha invece permesso ai tecnici più esperti di
riavviare le analisi necessarie e di ritenere, con cauto ottimismo, che nella
zona dell’al-Anbar ci siano giacimenti di gas e petrolio.
A livello politico
sarebbe una svolta, visto che la provincia è completamente fuori controllo è
che un militare Usa su due ha perso la vita proprio a causa delle continue
battaglie con i ribelli in quella zona. Una svolta tanto importante da far
sospettare i più scettici che possa trattarsi di una manovra diversiva, per illudere
i sunniti, e spingerli a ratificare la nuova legge sulla distribuzione dei
proventi petroliferi. Rinunciando magari a Kirkuk.
La torta di Kirkuk.
Kirkuk infatti, mentre per il momento i giacimenti in al-Anbar sono una
chimera, rappresenta il fronte vero e proprio della battaglia per la
distribuzione dei proventi petroliferi del futuro, dove curdi e arabi si danno
battaglia. La città, a maggioranza curda, fu ‘arabizzata’ con la forza dal
regime di Saddam, per rendere più fedele al governo la città che da sola
rappresenta la zona più ricca di risorse petrolifere in Iraq. Quando è caduto
il regime, nel 2003, i curdi hanno utilizzato la stessa tattica, ‘curdizzando’
la città con il massiccio arrivo d’immigrati curdi da varie parti del Paese. Il
governo ha deciso che sarà un referendum, che dovrebbe tenersi a dicembre 2007,
a decidere del destino di Kirkuk, ma sia i curdi che gli arabi lamentano le
distorsioni demografiche avvenute negli anni che finirebbero per alterare il
risultato del voto. Il referendum assegnerebbe, con tutto il suo bagaglio di
ricchezze, Kirkuk al Kurdistan iracheno o alla zona sunnita del Paese, con una
grande incidenza sui futuri assetti economici delle due comunità.
Se si rivelasse fondata la teoria dei pozzi in al-Anbar, sarebbe più facile
per tutti trovare un accordo su Kirkuk, che potrebbe andare ai curdi. Ma che
questi pozzi esistano è tutto da dimostrare.