14/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Cade il governo ad interim e il paese precipita di nuovo nell'incertezza
La crisi che da oltre un decennio sconvolge la Somalia e l’intero Corno d’Africa, pare non avere fine.
Nelle scorse due settimane sono state oltre cento le vittime degli scontri tribali nel centro del paese e nelle zone al confine con l’Etiopia. Il governo ad interim con sede a Nairobi, in Kenya, aveva spinto perchè le parti cessassero i combattimenti e ripartissero dei colloqui di pace senza però ottenere un miglioramento della situazione sul terreno.
 
Abdullahi Yusuf Ahmed Ghedi sfiduciato, cade il governo. La scorsa settimana poi, cinque membri del governo ad interim somalo si sono dimessi mettendo in crisi l'esecutivo creato a Nairobi solo due mesi fa, dopo due anni di trattative. E sabato, è giunto anche il voto di sfiducia da parte del parlamento di transizione.    
Omar Dalhar, il portavoce dei 275 deputati somali ha spiegato che il voto di sfiducia nei confronti del Primo Ministro Ali Mohammed Ghedi, è venuto a grande maggioranza ed è stato motivato dal suo fallimento nel rispecchiare dentro l’esecutivo la divisione dei poteri concordata nelle complesse trattative che hanno lungamente coinvolto i capi dei cinque principali clan del paese e i signori della guerra.
In Somalia il parlamento è composto da 34 ministri e 43 sottosegretari che non vengono eletti democraticamente, ma sono nominati dai clan.
Ora il presidente Abdullahi Yusuf Ahmed è impegnato in una serie di colloqui con i membri del suo gabinetto per tentare di risolvere la crisi e di comporre un nuovo esecutivo che sia in grado di occuparsi delle grandi e inderogabili sfide che attendono il paese africano dove negli ultimi tredici anni di anarchia tutte le strutture dello stato sono andate distrutte. Secondo quanto riportato dal Primo Ministro uscente Mohamed Ghedi, il presidente avrebbe "accettato la decisione del Parlamento di indicare un nuovo capo del governo".
 
  Siad Barre
Controllare Mogadiscio coi signori della guerra. Il fatto stesso che il governo ad interim non si sia potuto stabilire a Mogadiscio e che la scelta del luogo sia caduta sulla capitale di un altro stato africano è indicativo di quanto sottili siano i margini di sicurezza e quanto fragili fossero le speranze di una soluzione rapida al vuoto di potere in Somalia. Anche a livello di infrastrutture Mogadiscio non sarebbe stata adeguata ad ospitare un governo: in particolare, uno dei motivi per cui in passato erano già stati ben tredici i tentativi, falliti, di formare un governo, è che l’appoggio dei signori della guerra al governo è essenziale proprio per garantire all’eventuale autorità il controllo sul territorio e in particolare sulla capitale. Attraverso la Somalia ancora oggi  passa ogni genere di traffici illeciti, dal contrabbando di armi a quello della droga, fino all'addestramento di terroristi, che in uno stato praticamente inesistente possono muoversi a proprio piacimento. Quello che non è chiaro è con quali argomenti o in cambio di cosa il presidente Yusuf potrà tentare di convincere i signori della guerra a rinunciare alle armi e alle tasse che costoro riscuotono come feudatari, per abbracciare il processo di pace.
Se il governo caduto avesse raccolto sufficiente consenso da superare la soglia, sarebbe stato il primo potere centrale effettivamente in carica nel paese dal 1991, anno dell’estromissione del dittatore Mohamed Siad Barre. Da allora infatti, il controllo del territorio somalo - abitato da oltre sei milioni di persone – è stato sempre appannaggio delle milizie dei signori della guerra dei vari clan.
Ex-militare in Unione Sovietica, Abdullahi Yusuf è sempre stato uno strenuo oppositore del regime di Siad Barre, tanto che venne incarcerato per ben 6 anni per aver organizzato un fallito golpe contro il dittatore somalo nel 1978. Allora Yusuf si era rifugiato in Kenya per sfuggire alla condanna a morte.
 
Rifugiati e sviluppo. Le vittime di questo lungo periodo di caos sono state oltre 500 mila e i rifugiati nei paesi confinanti sono ancora oltre un milione e mezzo. Ma intanto, in apparente controtendenza con il peggiorare della situazione sul terreno, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite UNHCR, ha annunciato che nel 2005 gli oltre 16 mila  rifugiati somali che hanno vissuto in Etiopia negli ultimi dieci anni, potrebbero iniziare a rientrare nel loro paese natale. Un rappresentante dell’Agenzia ha confermato la previsione, ma ha però specificato che “i rifugiati torneranno a casa quando saranno loro garantite sicurezza e dignità “.
Anche gli aiuti economici per la ricostruzione del paese non si sono fermati. La Commissione Europea ha appena approvatolo stanziamento di 3,5 milioni di euro per finanziare lo sviluppo delle infrastrutture idriche e viabilistiche mirate allo sfruttamento delle risorse naturali della Somalia.
Le iniziative connesse al finanziamento dovranno però essere approvate e realizzate in stretta collaborazione con le istituzioni somale, dunque è oltremodo essenziale che il vuoto di potere sia colmato quanto prima e nel modo più completo possibile. Forse anche a dispetto degli interessi particolari di alcune delle diverse fazioni che compongono la società somala. Altrimenti gli aiuti internazionali saranno solo un palliativo e per la Somalia sarà un’altra occasione di pace sprecata.

Naoki Tomasini

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