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La guerra. Nel
2006 il conflitto in Afghanistan ha ucciso più di 6mila
persone. Dall'inizio del 2007, invece, si sono già contati più
di 500 morti. Considerando che nei mesi invernali le attività
militari sono ridotte a causa della neve che blocca gran parte del
paese, e che nei primi due mesi del 2006 si erano contate poco più
di 200 vittime, quest'anno sembra annunciarsi particolarmente
sanguinoso. Negli ultimi mesi l'epicentro della guerra è a
sud, in particolare nelle province di Kandahar e Uruzgan, e in quella
di Helmand, dove i talebani hanno conquistato due distretti in
quindici giorni. Ma il conflitto è ormai esteso anche alle
province orientali, a ridosso del confine pachistano, e si sta
allargando a ovest,
nella zona sotto il comando militare italiano.
Continuano gli attentati suicidi contro le truppe della coalizione,
che coinvolgono anche la popolazione civile, e i talebani hanno
annunciato di essere pronti a sferrare l'offensiva di primavera con
almeno 10mila combattenti. Continuano anche i bombardamenti
dell'aviazione Nato nel sud. Ogni raid aereo provoca decine di morti:
tutti talebani, secondo il comando della Nato, quasi sempre civili
secondo gli abitanti delle zone colpite. I civili muoiono anche colpiti
dalle pallottole delle truppe straniere e dell'esercito afgano, che
aprono il fuoco contro chiunque si avvicini troppo ai loro convogli. A ogni episodio,
le scuse ufficiali della Nato non bastano a placare
la rabbia della popolazione, sempre più insofferente rispetto alla
presenza straniera.
Democrazia e
governo centrale. L'Afghanistan sulla carta è una democrazia parlamentare, ma di
fatto continua ad essere amministrato a livello locale
da forme di governo tribali. Fuori dalla capitale il potere del
governo centrale cede il passo a quello dei leader religiosi (mullah
e maulawi) e alle assemblee degli anziani (shura) che
nei singoli villaggi dirimono controversie, amministrano la
giustizia, gestiscono le risorse. Il presidente Hamid Karzai,
ironicamente ribattezzato dagli afgani “il sindaco di Kabul”, è
considerato dalla maggior parte della popolazione una marionetta
nelle mani delle potenze straniere. Nel parlamento afgano siedono
perlopiù signori della guerra, che grazie alle elezioni del 2005 hanno potuto confermare a livello istituzionale
il
potere che già detenevano grazie al loro peso militare. I
pochi deputati non compromessi si lamentano di avere le mani legate
dalla maggioranza, che impedisce vere riforme in senso democratico
per mantenere intatto il proprio potere. Il 20 febbraio 2007, tra le
proteste di questa minoranza, la camera alta del Parlamento ha
approvato una legge, già passata alla camera bassa, che “in
nome della riconciliazione nazionale” garantisce l'amnistia a tutti
coloro che hanno preso parte al conflitto che ha insanguinato il
paese negli ultimi 25 anni: i criminali di guerra possono tirare un
sospiro di sollievo, certi che non potranno più essere
perseguiti.
Economia. Con
un Pil procapite di 800 dollari (poco più di 600 euro) l'anno, l'Afghanistan continua
a essere uno dei paesi più
poveri al mondo. L'80 percento degli afgani è occupato
nell'agricoltura, di questi il 12 percento ha come unica fonte di sussistenza
la coltivazione di papavero da
oppio. La metà della
popolazione vive sotto la soglia di povertà. La precaria
situazione economica è uno dei fattori decisivi nel
reclutamento di combattenti da parte della guerriglia contro le
truppe straniere: una recente ricerca nelle province meridionali di
Helmand e Kandahar ha rivelato che, mentre lo stipendio di un afgano
impiegato nell'esercito o nella polizia arriva a circa 30 euro al
mese, chi combatte per i talebani viene pagato con somme che vanno
dai 150 ai 450 euro al mese.
I diritti umani. Per la maggior
parte degli afgani, i diritti umani esistono solo
sulla carta. La condizione delle donne non ha subito quei drastici
miglioramenti che la comunità internazionale si aspettava, e
nella gran parte del paese la situazione è cambiata ben poco
rispetto all'epoca talebana. Fawzia Koofi, vicepresidente della
camera bassa del parlamento afgano, ha recentemente sottolineato che
“secondo i dati Unifem, il 65 percento delle 50mila vedove di Kabul
pensa al suicidio come unica via di uscita. La maggioranza delle donne
afgane è vittima di violenza e vive in media circa vent'anni in meno
rispetto alle donne negli altri paesi del mondo”. I matrimoni forzati sono
all'ordine del giorno, così come la violenza domestica. Al di
fuori delle grandi città, alle donne è raramente
concesso lavorare fuori casa. Il diritto all'istruzione continua ad
essere ampiamente negato alle bambine, specialmente nel sud del
paese. Il diritto alla salute soffre della mancanza di infrastrutture
sanitarie qualificate nella maggior parte del paese e, ad eccezione
di qualche ospedale gestito dalle organizzazioni non governative, le
strutture sanitarie esistenti sono a pagamento. Cecilia Strada