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L’iniziativa. “Màs pizza, menos dinero” è lo slogan di Pizza Patròn, un franchising con 59 pizzerie aperte nel sud-ovest
degli Stati Uniti. L’impronta ispanica della catena è evidente già dal nome e
dall’immagine che si è data anche se il fondatore e direttore, Antonio Swad, è
un imprenditore di origini italiane e libanesi. Dopo aver notato che molti clienti
portano con sé un po’ di soldi messicani quando ritornano da un viaggio oltreconfine,
Swad ha pensato di dar loro la possibilità di pagare in pesos, “per rafforzare la nostra immagine di marca più importante tra gli ispanici”.
Dal punto di vista commerciale, l’intuizione ha pagato: la promozione ha fatto
aumentare i profitti di Pizza Patròn di circa il 15 percento, anche per la pubblicità
garantita dai mezzi di informazione che hanno ripreso la notizia. Ma il rovescio
della medaglia, o del peso, è costituito dalle oltre 5mila e-mail di protesta giunte alla compagnia, alcune
contenenti anche minacce di morte.
Le reazioni. “Questi sono gli Stati Uniti d’America, non gli Stati Uniti del Messico” e “Smettetela
di servire i dannati messicani clandestini” sono solo due delle lettere ricevute.
In realtà, l’accettazione di pesos negli Stati Uniti è da anni una realtà nelle zone di confine con il Messico,
così come capita con i dollari canadesi a nord. Ma i ristoranti Pizza Patròn sono
sparsi tra California e Texas, anche in aree lontane centinaia di chilometri dalla
frontiera. Così, il caso è stato vissuto da molti come l’ennesimo schiaffo dei
latinos all’autorità statunitense. Come i fischi alla Nazionale a stelle e strisce quando
gioca a Los Angeles e le bandiere messicane sventolate alle manifestazioni pro-immigrati
dell’anno scorso nelle principali città degli Usa: “La questione non è la valuta
usata, è questo atteggiamento strafottente che irrita”, ha scritto un commentatore
di un giornale locale.
L’ascesa dei latinos. D’altronde la crescita numerica degli ispanici, tra nuovi arrivati e un tasso
di natalità più alto, è ormai esponenziale. Ormai sono oltre 44 milioni, il 15
percento della popolazione; si calcola che nel 2030 uno statunitense su cinque
sarà ispanico, uno su quattro nel 2050. Negli ultimi anni i latinos negli Usa hanno sorpassato di numero gli afro-americani. Al contrario dei neri,
la comunità ispanica sta scalando in fretta la scala del benessere, ed è un serbatoio
di voti sempre più corteggiato dai politici. E mentre gli Usa si interrogano sulla
possibilità di eleggere il primo presidente nero della storia, Barack Obama, in
campo democratico parte tra i favoriti anche il governatore del New Mexico, Bill
Richardson. Nome anglosassone, ma per tre quarti ispanico.Alessandro Ursic