20/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Accuse di reciproche ingerenze tra Washington e Teheran, l’escalation continua.
“I servizi segreti americani, britannici e israeliani sono coinvolti in attività sovversive sul territorio iraniano”. È l’accusa lanciata, lunedì da Teheran, dal ministro dell’Interno Mostafa Pur-Mohammadi, riguardo agli attentati, dello scorso 14 febbraio, nella provincia orientale del Sistan-Balucistan, al confine con il Pakistan. Il giorno prima, parlando degli attacchi che hanno causato la morte di 11 guardiani della rivoluzione, presso la città di Zahedan, il ministro degli esteri iraniano aveva convocato l’ambasciatore pakistano, sostenendo che gli attentatori avessero trovato rifugio oltre confine.
 
Mahmoud AhmadinejadFomentare le minoranze. Teheran accusa le potenze occidentali di fomentare la minoranza sunnita iraniana contro il governo sciita per destabilizzare il paese. Secondo il ministro Pur-Mohammadi, oltre agli attentati di Zahedan, le attività sovversive dei servizi occidentali “si sono verificate in varie parti del paese, tra cui le province del Khuzestan, del Kurdistan e dell’Azerbaijan”. L’attentato della scorsa settimana, seguito da un’altra esplosione (che non causò vittime) nella stessa città di Zahedan, è stato rivendicato da un gruppo armato sunnita chiamato Jundollah Organization of Iran. Lo stesso gruppo, nel 2006, aveva rivendicato il rapimento di nove soldati iraniani e l’uccisione di un comandante dell’esercito nella stessa regione orientale del paese. Da Teheran si mostrano certi che dietro le recenti turbolenze delle minoranze iraniane ci sia l’appoggio statunitense, che le fomenta per mettere pressione sul regime degli Ayatollah. La prova di ciò sarebbero documenti, fotografie e filmati da cui, secondo l’agenzia iraniana Fars, emerge che “le armi e gli esplosivi impiegati a Zahedan sono di provenienza statunitense”. In seguito all’attentato del 14 febbraio, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato 65 persone, ma solo uno dei sospetti è apparso in televisione, per recitare un breve stralcio di confessione in cui raccontava la sua affiliazione a Jundollah, senza avvalorare le accuse del governo sulle ingerenze occidentali. L’uomo è stato impiccato.
 
George W. BushBotta e risposta. Da Washington, Londra e Tel Aviv non ci sono state smentite ma, nelle settimane precedenti, diversi alti ufficiali Usa, incluso il comandante in capo delle forze armate e presidente, George Bush, avevano accusato l’Iran di fornire armi ed esplosivi alle milizie sciite, responsabili di centinaia di attacchi contro i civili sunniti e contro le truppe statunitensi e britanniche in Iraq. Dal giugno 2004, secondo le accuse del Pentagono, più di 170 soldati Usa sono rimasti uccisi nelle esplosioni delle bombe di fabbricazione iraniana, che sono abbastanza potenti da distruggere anche i tank Abrams in dotazione all’esercito Usa. Mercoledì scorso, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali Hosseini, aveva irriso le accuse dichiarando che gli statunitensi “hanno molta esperienza nella fabbricazione delle prove”. Oggi, alla vigilia della riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente Ahmadinejad ha dichiarato che il suo paese non sospenderà i programmi di arricchimento dell'uranio entro domani, come chiesto dalla risoluzione Onu dello scorso 23 dicembre. “Se i paesi occidentali vogliono negoziare –ha dichiarato sprezzante- facciano altrettanto e chiudano i loro impianti”. Lunedì i Guardiani della Rivoluzione hanno dato il via a un’imponente serie di manovre militari che coinvolgono 60 mila soldati in 16 delle 30 province del paese, mentre gli Stati Uniti hanno risposto facendo arrivare nelle sempre più affollate acque del golfo Persico una seconda portaerei, la John C. Stennis, che affiancherà la Eisenhower per rendere più esplicite la minacce di attacco.
 

Naoki Tomasini

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