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Fomentare le minoranze. Teheran accusa le potenze
occidentali di fomentare la minoranza sunnita iraniana contro il governo sciita
per destabilizzare il paese. Secondo il ministro Pur-Mohammadi, oltre agli
attentati di Zahedan, le attività sovversive dei servizi occidentali “si sono
verificate in varie parti del paese, tra cui le province del Khuzestan, del
Kurdistan e dell’Azerbaijan”. L’attentato della scorsa settimana, seguito da
un’altra esplosione (che non causò vittime) nella stessa città di Zahedan, è
stato rivendicato da un gruppo armato sunnita chiamato Jundollah Organization
of Iran. Lo stesso gruppo, nel 2006, aveva rivendicato il rapimento di nove
soldati iraniani e l’uccisione di un comandante dell’esercito nella stessa
regione orientale del paese. Da Teheran si mostrano certi che dietro le recenti
turbolenze delle minoranze iraniane ci sia l’appoggio statunitense, che le
fomenta per mettere pressione sul regime degli Ayatollah. La prova di ciò
sarebbero documenti, fotografie e filmati da cui, secondo l’agenzia iraniana
Fars, emerge che “le armi e gli esplosivi impiegati a Zahedan sono di
provenienza statunitense”. In seguito all’attentato del 14 febbraio, le forze
di sicurezza iraniane hanno arrestato 65 persone, ma solo uno dei sospetti è
apparso in televisione, per recitare un breve stralcio di confessione in cui raccontava
la sua affiliazione a Jundollah, senza avvalorare le accuse del governo sulle
ingerenze occidentali. L’uomo è stato impiccato.
Botta e risposta. Da Washington, Londra e Tel Aviv
non ci sono state smentite ma, nelle settimane precedenti, diversi alti
ufficiali Usa, incluso il comandante in capo delle forze armate e presidente,
George Bush, avevano accusato l’Iran di fornire armi ed esplosivi alle milizie
sciite, responsabili di centinaia di attacchi contro i civili sunniti e contro
le truppe statunitensi e britanniche in Iraq. Dal giugno 2004, secondo le
accuse del Pentagono, più di 170 soldati Usa sono rimasti uccisi nelle
esplosioni delle bombe di fabbricazione iraniana, che sono abbastanza potenti
da distruggere anche i tank Abrams in dotazione all’esercito Usa. Mercoledì
scorso, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali
Hosseini, aveva irriso le accuse dichiarando che gli statunitensi “hanno molta
esperienza nella fabbricazione delle prove”. Oggi, alla vigilia della riunione
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente Ahmadinejad ha
dichiarato che il suo paese non sospenderà i programmi di arricchimento
dell'uranio entro domani, come chiesto dalla risoluzione Onu dello scorso 23
dicembre. “Se i paesi occidentali vogliono negoziare –ha dichiarato sprezzante-
facciano altrettanto e chiudano i loro impianti”. Lunedì i Guardiani della
Rivoluzione hanno dato il via a un’imponente serie di manovre militari che
coinvolgono 60 mila soldati in 16 delle 30 province del paese, mentre gli Stati
Uniti hanno risposto facendo arrivare nelle sempre più affollate acque del
golfo Persico una seconda portaerei, la John C. Stennis, che affiancherà la
Eisenhower per rendere più esplicite la minacce di attacco. Naoki Tomasini
Parole chiave: Mahmoud Ahmadinejad, George Bush, Zahedan, Sistan-Balucistan, Khuzestan, Azerbaijan, Jundollah