E’ stata un’altra nottata
campale, quella appena trascorsa a Mogadiscio. Un attacco in serie contro il
palazzo presidenziale, il porto e alcune caserme militari condotto da forze
presumibilmente vicine alle ex-Corti islamiche ha scatenato la reazione dei
soldati somalo-etiopi: un bombardamento, condotto dall'esercito, contro alcuni
quartieri dove si
supponeva fossero i ribelli ha fatto almeno 12 morti e
40 feriti, tutti civili. A un mese e mezzo dalla cacciata delle Corti dalla
città, Mogadiscio continua ad essere terra di nessuno, alla mercè di bande
armate che se ne contendono il controllo.
Scontri. I combattimenti della scorsa notte sono stati i peggiori
dalla fine del conflitto con le Corti, cacciate a inizio gennaio dalla
coalizione di forze somalo-etiopi che sostiene il governo. Gli scontri ormai
quotidiani per le strade della città provocano in media la morte di 5 persone
al giorno. “I civili hanno cominciato a fuggire dalla città – riferisce a
PeaceReporter da Nairobi Eric Laroche,
responsabile dello
United Nations
Development Programme per la Somalia – anche se purtroppo non sappiano che
direzione prenda questa gente. Si parla comunque di migliaia di sfollati. La
maggior parte torna in città pochi giorni dopo, quando la situazione si calma,
ma il problema è che in un contesto del genere è impossibile organizzare
qualsiasi forma di assistenza umanitaria. Ong e organizzazioni umanitarie non
possono operare nei pressi della capitale, e anche noi manteniamo a Mogadiscio
solo il personale strettamente necessario. Stamani, a causa degli scontri, sono
stato costretto a cancellare il mio volo per la Somalia”.
Peacekeepers. La mancanza di un’autorità che riesca ad ottenere il
controllo dell’intero centro abitato si fa sentire sempre di più: un coacervo
di ex-elementi delle Corti, ex-miliziani vicini ai signori della guerra che
fino all’anno scorso controllavano la città e criminali comuni si contende il
centro
abitato, tanto che il governo è stato costretto a creare una task force antiterrorismo, ufficialmente
nata lo scorso lunedì ma che comincerà ad operare sul terreno tra qualche
giorno. Nonostante molti dubitino dell’efficacia di questa sorta di gruppo paramilitare
il governo ostenta fiducia, e assicura che in poco tempo la situazione si
stabilizzerà. A breve dovrebbero giungere nel Paese anche i primi peacekeepers dell’Unione Africana, che
ha dato il via libera a una missione di 8 mila uomini che avranno il compito di
stabilizzare il Paese, permettendo così ai contingenti etiopi di ritirarsi. Un
processo non facile, anche perché il numero dei “berretti verdi” dell’Ua sembra
largamente insufficiente anche solo per mantenere il controllo della capitale.
Testimonianze. “La scorsa notte è stata una delle peggiori mai
vissute – conferma a
PeaceReporter il
giornalista Sahal Abdulle, di ritorno da una visita al Medina Hospital – siamo
stati svegliati dai rumori di mortaio dei soldati, che hanno deciso di colpire
indiscriminatamente interi quartieri, visto che non riuscivano a capire da dove
provenissero gli assalitori. Ho intervistato un ragazzo di 22 anni, ferito, che
dalle tre alle otto di stamani ha continuato a sanguinare in casa senza alcuna
assistenza, perché non ci sono ambulanze e molta gente non ha neanche i soldi
per pagarsi un taxi. Non so come i soldati possano pensare di comportarsi così.
Si creeranno solo nuovi nemici, visti gli atti criminali che hanno compiuto
stanotte”.
Il numero dei feriti negli
scontri è stato così elevato da costringere i due ospedali di Mogadiscio a
respingere parte delle persone. Uno scenario che potrebbe ripetersi presto, se
scontri come quelli di stanotte dovessero nuovamente colpire la città. “Capisco
che il rischio per le organizzazioni umanitarie sia alto – conclude Abdulle –
ma almeno la comunità internazionale potrebbe spedire aiuti e medicine, che
stanno finendo”. Nell’indifferenza generale, Mogadiscio si prepara a un’altra
notte di passione.