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Per sfuggire alle convenzioni internazionali, i prigionieri della guerra al terrorismo
catturati dagli statunitensi vengono affidati a quegli stessi paesi che pubblicamente
vengono criticati dagli Usa.L’occasione per fare questa denuncia è stata il 18 giugno scorso, alla presentazione al pubblico del rapporto chiamato "Ending secret detention" elaborato dal gruppo di legali. Nella lunga storia di questa organizzazione di avvocati che si battono per il rispetto dei diritti umani non c’è mai stato un intervento più tempestivo: mentre la Pearlstein parlava ai giornalisti, a pochi chilometri di distanza, Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa degli Usa, ammetteva per la prima volta la detenzione di un prigioniero iracheno non registrato e quindi sottratto ai controlli delle organizzazioni internazionali.
“La segretezza che circonda questi centri di detenzione”, continua il rapporto, “rende i metodi di detenzione non appropriati e gli abusi non probabili, ma inevitabili. In queste strutture non vengono rispettate le norme internazionali in materia di trattamento dei prigionieri e tanto meno la Convenzione di Ginevra che regola il trattamento dei prigionieri di guerra”.
Per Human Rights First il totale di questi centri di detenzione per la tortura in appalto ammonterebbe a venti. Un esempio è la prigione di al-Jafr in Giordania, ma sono molti i Paesi arabi considerati amici da Washington ai quali vengono affidati alcuni detenuti particolarmente difficili da ammorbidire. In un servizio del Washington Post, in cui esperti della Cia non facevano mistero che il mondo fosse completamente diverso dopo l’11 settembre 2001, si citano i servizi segreti di Paesi come l’Arabia Saudita, ma anche il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, lo Yemen e l’Algeria.
Il nome di Mohammed Saad Iqbal Madni, per esempio, ai più non dice nulla. Il suo nome è stato accostato a quello di Richard Reid, il britannico che aveva nascosto l'esplosivo nelle scarpe ed è stato fermato in tempo. Mohammed è stato arrestato in Indonesia e trasportato in Egitto con un volo speciale dov’è tuttora detenuto lontano da sguardi indiscreti. Un funzionario del governo indonesiano, rispondendo alle domande dei giornalisti sul perché il fermato fosse stato consegnato agli agenti statunitensi senza essere interrogato da un magistrato del suo Paese, non ha trovato nessun altro argomento di difesa che “la necessità per il Presidente dell’Indonesia di non rendere noto il coinvolgimento di Washington nella vicenda, pena la reazione dei partiti islamici”.
“Ci siamo tolti i guanti”, sostengono i tecnici dell’interrogatorio nel dialogo con i cronisti. Mezzi come lo stress and duress, la privazione di sonno, cibo e acqua, le minacce di morte o l’umiliazione fisica e psicologica, testimoniata dalle foto di Abu Ghraib, sarebbero diventate un arma come un’altra di quella guerra al terrorismo che non conosce confini fisici e limiti legali. L’appalto esterno è comodo per vari motivi, come sottolineato da Bob Woodward (uno degli autori dello scoop del Watergate) in un articolo sul Washington Post, perché “da un lato permette di usare metodi che in patria sarebbero inaccettabili e dall’altro assicura una manovalanza, rappresentata dai servizi segreti di regimi che mantengono il potere solo con il terrore, esperta del frastagliato mondo del fondamentalismo islamico e delle sue derive terroristiche”.
Il problema è che, molto spesso, i governi di quei Paesi ai quali si ricorre per interrogatori particolari, sono oggetto delle dure censure dell’amministrazione Bush. Uno dei motivi principali per il quale veniva chiesto alle opinioni pubbliche largamente contrarie alla guerra in Iraq di accettare l’uso della forza era il fine nobile di portare la democrazia in Medio Oriente. Nella gestione quotidiana di questa internazionale della tortura però, oltre alla coerenza, a rimetterci sono i diritti umani e tutti i documenti di diritto internazionale ai quali si fa riferimento per definire la parte più ricca del mondo anche come la più libera e democratica.
Christian Elia