21/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



In Arabia Saudita ci sono coppie che si amano eppure sono costrette a divorziare
In barba alla crisi dell’istituto del matrimonio in occidente, in Arabia Saudita ci sono coppie che si amano eppure sono costrette a divorziare e, in alcuni casi, sono incarcerate.
 
Mansour e la figlia Noha. The Saudi GazetteFatima e Mansour. Accade ad esempio ad una donna di 34 anni, Fatima Al Timani, che si trova da sei mesi in carcere nella città di Damman, insieme al figlio di un anno. Fatima è solo l’ultima delle vittime del fenomeno dei divorzi coatti, una pratica secondo cui le famiglie degli sposi possono fare annullare un matrimonio, anche contro la loro volontà. La sua storia ha attirato molte simpatie nel regno saudita e diversi intellettuali hanno organizzato una petizione indirizzata al re Abdullah, perché risolva il problema dei divorzi coatti e faccia delle riforme sui diritti delle donne. Il dramma di Fatima è iniziato due anni fa, quando si sposò con un uomo di nome Mansour, che però mentì sul suo lignaggio familiare per ottenere l’assenso al matrimonio dalla famiglia di lei. Quando i fratelli di Fatima scoprirono le umili origini di Mansour denunciarono la coppia al tribunale di Jeddah accusandola di convivenza illegale. I due, che tuttora dicono di amarsi e che hanno nel frattempo avuto due figli, sono stati separati e incarcerati. Suleiman, il figlio di un anno vive in carcere con la mamma, mentre Noha, due anni, sta con il padre. La loro situazione si è complicata quando, all’inizio di febbraio, la corte di Riadh ha confermato in appello il divorzio comminato nella prima sentenza. Il marito, Mansour, considera la sentenza “non islamica” e pertanto ha rifiutato di riconoscerla. “Se la famiglia vuole che lei si sposi con un altro uomo anche se noi ci consideriamo ancora sposati non posso farci nulla. Dio sarà il nostro giudice”. Secondo Irfan Al Alawi, direttore del centro per il Pluralismo Islamico con base a Londra, la vicenda di Fatima e Mansour non è un caso isolato, ma riguarda almeno altre diciannove coppie costrette al divorzio, i cui casi sono nelle mani delle corti saudite.
 
Donna sauditaRania e Saud. Una storia simile è quella della dottoressa Rania Albou Enin, incinta di otto mesi e in attesa di una sentenza d’appello contro il divorzio impostole dal padre. Rania è tenuta in una località segreta, mentre il marito, Saud Al Khaledi, si trova in carcere ad Al Khobar. Il suo dramma dipende dal fatto che la famiglia di lei è indigente e, né il padre né i fratelli erano disposti a rinunciare al suo sostegno finanziario. Rania lavorava all’ospedale e aveva un discreto reddito, dunque il padre e i fratelli rifiutarono di concedere il benestare al matrimonio e la costrinsero con la violenza a rinunciare alla prospettiva matrimoniale, che li avrebbe privati di un guadagno extra. Secondo la legge islamica se il tutore di una donna nega l’assenso al matrimonio senza una valida ragione, un tribunale può togliere la potestà al tutore e nominarne un altro. Così Rania si rivolse alla corte di Al Khobar. Quando il padre seppe della causa contro di lui la pestò brutalmente e la rinchiuse in casa. Quando potè di nuovo uscire, un anno fa, Rania andò in Bahrain dove un giudice accettò di diventare suo tutore e di sposarla con Al Khaledi. Quando la coppia di sposi tornò in Arabia Saudita, il padre di lei dichiarò alle autorità che il marito l’aveva rapita. Il giudice decise di annullare il matrimonio per l’assenza del padre e per “incompatibilità tribale tra i coniugi”. Saud, il marito, poteva scegliere se rendere Rania alla famiglia o andare in carcere e scelse quest’ultima per non ferire l’onore di lei, che nel frattempo era rimasta incinta. Ibrahim Mehari, il suo avvocato, dice di non essere ottimista perché il caso potrebbe essere preso come precedente. Il suo ufficio legale segue le cause di altre sei persone nella stessa situazione di Rania e Saud. 

Naoki Tomasini

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