stampa
invia
Fatima e Mansour. Accade ad esempio ad una donna di
34 anni, Fatima Al Timani, che si trova da sei mesi in carcere nella città di
Damman, insieme al figlio di un anno. Fatima è solo l’ultima delle vittime del
fenomeno dei divorzi coatti, una pratica secondo cui le famiglie degli sposi
possono fare annullare un matrimonio, anche contro la loro volontà. La sua
storia ha attirato molte simpatie nel regno saudita e diversi intellettuali
hanno organizzato una petizione indirizzata al re Abdullah, perché risolva il
problema dei divorzi coatti e faccia delle riforme sui diritti delle donne. Il
dramma di Fatima è iniziato due anni fa, quando si sposò con un uomo di nome
Mansour, che però mentì sul suo lignaggio familiare per ottenere l’assenso al
matrimonio dalla famiglia di lei. Quando i fratelli di Fatima scoprirono le
umili origini di Mansour denunciarono la coppia al tribunale di Jeddah
accusandola di convivenza illegale. I due, che tuttora dicono di amarsi e che
hanno nel frattempo avuto due figli, sono stati separati e incarcerati.
Suleiman, il figlio di un anno vive in carcere con la mamma, mentre Noha, due
anni, sta con il padre. La loro situazione si è complicata quando, all’inizio
di febbraio, la corte di Riadh ha confermato in appello il divorzio comminato
nella prima sentenza. Il marito, Mansour, considera la sentenza “non islamica”
e pertanto ha rifiutato di riconoscerla. “Se la famiglia vuole che lei si sposi
con un altro uomo anche se noi ci consideriamo ancora sposati non posso farci
nulla. Dio sarà il nostro giudice”. Secondo Irfan Al Alawi, direttore del
centro per il Pluralismo Islamico con base a Londra, la vicenda di Fatima e
Mansour non è un caso isolato, ma riguarda almeno altre diciannove coppie costrette
al divorzio, i cui casi sono nelle mani delle corti saudite.
Rania e Saud. Una storia simile è quella della dottoressa Rania
Albou Enin, incinta di otto mesi e in attesa di una sentenza d’appello contro
il divorzio impostole dal padre. Rania è tenuta in una località segreta, mentre
il marito, Saud Al Khaledi, si trova in carcere ad Al Khobar. Il suo dramma
dipende dal fatto che la famiglia di lei è indigente e, né il padre né i
fratelli erano disposti a rinunciare al suo sostegno finanziario. Rania lavorava
all’ospedale e aveva un discreto reddito, dunque il padre e i fratelli
rifiutarono di concedere il benestare al matrimonio e la costrinsero con la
violenza a rinunciare alla prospettiva matrimoniale, che li avrebbe privati di
un guadagno extra. Secondo la legge islamica se il tutore di una donna nega
l’assenso al matrimonio senza una valida ragione, un tribunale può togliere la
potestà al tutore e nominarne un altro. Così Rania si rivolse alla corte di Al
Khobar. Quando il padre seppe della causa contro di lui la pestò brutalmente e
la rinchiuse in casa. Quando potè di nuovo uscire, un anno fa, Rania andò in
Bahrain dove un giudice accettò di diventare suo tutore e di sposarla con Al
Khaledi. Quando la coppia di sposi tornò in Arabia Saudita, il padre di lei
dichiarò alle autorità che il marito l’aveva rapita. Il giudice decise di
annullare il matrimonio per l’assenza del padre e per “incompatibilità tribale
tra i coniugi”. Saud, il marito, poteva scegliere se rendere Rania alla
famiglia o andare in carcere e scelse quest’ultima per non ferire l’onore di
lei, che nel frattempo era rimasta incinta. Ibrahim Mehari, il suo avvocato,
dice di non essere ottimista perché il caso potrebbe essere preso come
precedente. Il suo ufficio legale segue le cause di altre sei persone nella
stessa situazione di Rania e Saud. Naoki Tomasini
Parole chiave: Matrimonio, divorzio coatto, legge islamica, Fatima Al Timani, Rania Albou Enin