Anche dagli Usa per manifestare il dissenso all'ampliamento della base militare di Vicenza
scritto per noi da
Michelangelo Severgnini
100 mila manifestanti? 150 mila? 200 mila? Treni da
Reggio Calabria, Napoli, Roma, Bologna, Milano. Pullman da Scanzano, dalla Val
di Susa e da Torino e da altre decine di città italiane. Delegati stranieri
dagli Stati Uniti, dalla Repubblica Ceca, dalla Polonia. Comunità di stranieri
in Italia: Stati Uniti, Palestina e moltissime altre. Bambini piccoli al loro
debutto in corteo, tantissimi nei passeggini. Classi scolastiche di Vicenza, Scout,
associazioni cristiane, sindacati di base. Universitari, lavoratori,
pensionati. Un fiume in piena proveniente da tutta Italia ha attraversato una
Vicenza attonita, spesso riconoscente, non di rado commossa.
No, Dal Molin. E i vicentini hanno
fatto sentire una sola voce, anche perché quell’altra voce, le istituzioni, i
potentati cittadini, quella Vicenza favorevole alla nuova base militare
americana, sarebbe impallidita al solo mettere il naso fuori di casa. Quella
Vicenza che ha potuto solo affiggere qualche manifesto del tipo: “sì alla base,
perché altrimenti avremo un danno incalcolabile per il territorio e poi perché
gli Italiani non hanno mai finito una guerra con gli stessi alleati con i quali
l’avevano cominciata”.
Ma i manifestanti non hanno avuto neanche il tempo per
soffermarsi su queste considerazioni e i partecipanti giunti da fuori non hanno
voluto credere che Vicenza fosse questa bassa, povera, sterile accozzaglia di
stupidaggini. “E’ mai possibile che Vicenza possa pensare di dare sviluppo al
proprio territorio, ammesso che di sviluppo si tratti, sulla vita di migliaia
di persone vittime della guerra? Possibile che Vicenza non abbia altre risorse
per dare sviluppo, nel ricco Nord Est, al proprio territorio”. Così un
passaggio dal palco al termine del corteo di una rappresentante del presidio
permanente cittadino costituito presso il Dal Molin, l’aeroporto civile in via
di ampliamento a fini militari secondo i piani dei governi Bush e Prodi.
A una manifestazione pacifica, festosa e colorata ha
fatto seguito, per l’appunto, un raduno quasi oceanico presso il parco di Campo
Marzo, stretto attorno a un palco dal quale si sono susseguiti interventi
emozionanti e certo più combattivi sul piano della denuncia e sulla
determinazione a continuare la lotta pacifica e il dissenso contro la
costruzione di questa nuova base e contro tutte le basi americane presenti in
Italia e in Europa. “One, two, three, fuor, no more basis, no more war”, così
ha concluso il suo intervento una delegata pacifista Usa giunta dagli Stati
Uniti. Incredule e commosse le tante persone anziane sotto il palco
nell’ascoltare un’americana giunta apposta per sostenere il diritto della loro
Vicenza a vivere finalmente pienamente in pace, lontana dalla guerra, quella
patita che loro hanno conosciuto e quella decretata contro altre distanti, ma
poi non così tanto, popolazioni.
Un corteo festoso e internazionale.
Le ha fatto eco un’altra statunitense, membro di un comitato per la pace di
Statunitensi residenti in Italia, lei questa volta, in un sicuro italiano dall‘accento inconfondibilmente Usa: “Il
nostro ambasciatore in Italia ci aveva sconsigliato di farci trovare a Vicenza
in questi giorni. Diceva che saremmo diventati un bersaglio. E’ vero, io oggi,
durante tutto il corteo sono stata un bersaglio, di baci, abbracci e tanta
solidarietà”. Gli applausi sono scrosciati.
E fragorosi applausi anche per un delegato della
Repubblica Ceca, che, dopo aver raccontato come attraverso un accordo segreto
con il governo ceco gli Stati Uniti siano arrivati ad aprire basi militari in
Repubblica Ceca all’insaputa dei cittadini, in un discreto italiano ha
dichiarato: “La lotta che nasce oggi qui a Vicenza non è soltanto la lotta dei
Vicentini, non è soltanto degli Italiani, ma di tutti gli Europei”.
Di seguito un messaggio di padre Alex Zanotelli per
tutti i manifestanti è arrivato attraverso le parole di una delegata
napoletana: “Se quello che vogliono fare qui a Vicenza è terribile, a Napoli è
già stato fatto di peggio, perché noi Napoletani non siamo stati capaci di
accorgercene in tempo. Attraverso il porto civile di Napoli vengono inviate
armi e materiale logistico diretto verso il Golfo”.
E quindi è stato il momento di una rappresentante
locale del comitato cittadino contro il Dal Molin: “Chiedo le dimissioni del
sindaco che oggi, in un giorno in cui la sua città è in piazza insieme a decine
di migliaia di altre persone giunte pacificamente da tutta Italia, non ha il
coraggio di farsi vedere. E’ un primo cittadino che da oggi non rappresenta più
la città”. Per poi concludere: “Vicenza, famosa per essere la città del ‘sior
paron comandi’, da oggi non si farà comandare più da nessuno. Oggi tutta questa
gente qui presente ci dice che stiamo riscrivendo la storia”.
E’ andato tutto bene, nonostante tutto.
E non poteva mancare la folcloristica solidarietà della Val di Susa
direttamente dal palco, giunta in massa a Vicenza perché come è stato ricordato
oltre a lottare per la tutela dell’ambiente in Val di Susa per la prima volta
nel 1970 venne firmato un accordo sindacale per cui nessuna fabbrica della
valle avrebbe più costruito armi, rivendicando così anche una sensibilità
antimilitarista. Ma i Valsusini si sono spinti anche oltre: “Cari amici di
Vicenza, questa è la famosa teca della Madonna del Rocciamelone, sempre in
prima fila a Venaus di fronte alle cariche della polizia. Da oggi rimarrà qui
con voi, perché vi assista e vi protegga così come è stato per noi”.
Quando Dario Fo e Franca Rame sono saliti sul palco i
cronisti, un po’ in imbarazzo con le loro testate, si affrettavano a ultimare
i
servizi e a redigere gli articoli per i quotidiani del giorno dopo. Ciò che “a
molti avrebbe fatto comodo” qui a Vicenza non s’è visto. La manifestazione è
stata pacifica, nonviolenta, ma determinata.
Dopo Scanzano, dopo la Val di Susa, da oggi, da
Vicenza, un nuovo soggetto politico s’aggira per l’Italia. Non è un partito,
non è un sindacato. E’ la gente, è la base.
Non certo
quella che gli Usa si aspettano, e nemmeno quella che si aspettava Prodi.