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Chi c'era. C'erano i vicentini,
naturalmente. In testa al corteo, nelle strade, alle finestre con
cucchiai e pentole, per “difendere la nostra città”.
Stringevano la mano, i vicentini, a chi è venuto da Milano,
Bologna, Crotone: “Grazie di essere qui con noi, di essere qui per
noi”. Per loro, e non solo: c'era il movimento contro la guerra,
gli antimilitaristi, c'erano quelli come Emergency, che gli effetti
della guerra vedono ogni giorno, c'erano tutti quelli che si
oppongono al raddoppio di una base militare che servirà ad
esempio, come ha dichiarato il presidente Bush, a mandare i soldati a
combattere, uccidere e morire in Afghanistan. C'erano centinaia di
sigle, impossibile nominarle tutte, note e meno note: dalle Donne in
nero all'Arci, passando per i cattolici e i collettivi universitari,
gli Scout e il Movimento uomini casalinghi. C'era la Cgil, con un
servizio d'ordine di mille e cinquecento persone. C'erano semplici
cittadini, senza un'organizzazione, con i loro manifesti fatti in
casa. C'era un ragazzo vestito da sposa, con un lungo velo di tulle e
il cartello “Non sposo la guerra”. C'era quello che sul
cartoncino si interrogava: “Hanno promesso 'niente aerei'. Hanno
già il teletrasporto?”. C'erano cartelli in cui l'ironia si
mescolava all'amarezza: “Il Cermis l'hanno fatto gli ultras
catanesi, chi dice il contrario è un terrorista e gli puzza
l'alito”. C'erano i cittadini statunitensi contro la guerra, con
le bandiere in cui le stelle lasciano il posto al simbolo della pace.
Applauditi, molto, dagli altri manifestanti, che si rendevano conto
di quanto importante fosse la loro presenza, per un corteo che vuole
essere sì contro la politica del governo Usa, ma in nessun
modo “antiamericano”. C'erano bambini, preti, casalinghe,
studenti, pensionati. C'erano, ma non si vedevano, i duemila agenti
di polizia, carabinieri e guardia di finanza incaricati di mantenere
l'ordine nella manifestazione che era stata definita gravida di
rischi. C'era qualche politico, e c'era qualche cretino.
A occhio e croce. Un gruppo di sette ragazzi portava un
cartello con scritto “Fuoco alla Nato”. Una bambina sui dieci
anni ci passa davanti e commenta “La Nato fa la guerra, ma se
questi scrivono 'Fuoco alla Nato' si mettono allo stesso livello,
no?”. Sì. C'era anche l'“ignobile striscione”, come è
stato definito dal ministro Amato, che chiede libertà per i
“rivoluzionari” arrestati. Dietro, uno sparuto gruppo di persone
che non vogliono farsi fotografare. Un altro striscione dello stesso
tenore, un altro gruppetto che si perde nel mare di persone che hanno
affollato Vicenza. Curiosamente, sui principali telegiornali
nazionali, questi striscioni si sono allargati a dismisura. Meritano
di entrare nel titolo di apertura del Tg3, ad esempio, meritano ampio
spazio sul Tg5. Quanti erano, dietro gli “ignobili striscioni”?
Venti, quaranta, cinquanta persone? Su ottantamila manifestanti, per
tenersi alle stime più basse. Quanta parte del corteo, per il
resto pacifico, divertente e divertito nonostante la fermezza delle
richieste? Fatte le debite proporzioni, a occhio e croce, una
percentuale inferiore a quella del numero di condannati in via
definitiva che siedono nel Parlamento italiano: qualche imbecille, e
forse anche qualche delinquente, si trova dappertutto. Cecilia Strada