stampa
invia
Ultimi ostacoli. Le dimissioni di Haniyeh erano
attese per martedì scorso, ma all’ultimo momento Hamas ha presentato una serie
di condizioni preliminari e Abu Mazen è stato costretto a rimandare l’annuncio
della formazione del nuovo governo. L’accordo raggiunto alla Mecca definiva la
distribuzione dei ministeri tra gli esponenti di Fatah e di Hamas, con
l’aggiunta di alcuni politici indipendenti, ma lasciava anche alcuni punti
irrisolti. Ad esempio, che fine farà la milizia di oltre 5mila uomini creata lo
scorso anno da Hamas? Haniyeh, inoltre, ha lasciato intendere di voler nominare
un politico indipendente alla carica di ministro dell’Interno, una posizione
chiave per il futuro visto che il presidente Mazen manterrà il controllo di
tutte le forze di sicurezza non controllate dall’Interno. Attorno a questi nodi
si è giocata l’ultima azione della partita politica del governo monocolore di
Hamas ma, giovedì, quando premier e presidente palestinese si sono nuovamente
incontrati a Gaza, anche gli ultimi ostacoli sono stati superati.
Dimissioni. Nel tardo pomeriggio di giovedì, nella
sede dell’Autorità Palestinese a Gaza, il premier Haniyeh ha presentato le
dimissioni ed è stato incaricato di formare il nuovo governo, che dovrà essere
approvato dal parlamento palestinese entro qualche settimana. La maggioranza
dei ministeri rimarrà in mano ad esponenti di Hamas ma, almeno sei, verranno
assegnati a Fatah. Le due maggiori forze palestinesi assegneranno poi i
ministeri mancanti scegliendo tra un ventaglio di personalità indipendenti. La
scorsa settimana dopo l’accordo della Mecca, molti palestinesi erano scesi in
strada per festeggiare ma, una settimana dopo, l’ottimismo sembra essersi
raffreddato. Rawya Shawa, una parlamentare dell’opposizione, ha commentato:
“non sarà facile per Hamas e Fatah andare daccordo, non sono sicura che il governo
durerà”. Le perplessità più pesanti però sono quelle venute dalla comunità
internazionale e, in particolare, da Israele e dagli Stati Uniti. Mazen e
Haniyeh hanno lavorato per l’intesa sul governo di unità nazionale per due
scopi principalmente: da un lato per fermare gli scontri tra le milizie a Gaza,
dall’altro per spingere la comunità internazionale a rimuovere le sanzioni
economiche contro il governo Hamas. Quest’ultimo obiettivo, tuttavia, è
tutt’altro che acquisito.
Il Quartetto. Israele, Unione Europea e Stati Uniti
pretendono che il nuovo governo palestinese riconosca Israele, rinunci alla
violenza e accetti i precedenti accordi di pace. Gli Usa, per bocca di
Condoleezza Rice hanno già detto che sosterranno Abu Mazen ma la presenza di
Hamas, anche nel nuovo esecutivo, “complica gli sforzi di pace degli Stati
Uniti”. Se il nuovo governo non rispetterà le condizioni imposte dal quartetto,
dunque, l’isolamento e l’embargo economico internazionale continueranno e gli
sforzi della diplomazia non saranno serviti a nulla. Il futuro del processo di
pace, con ogni probabilità, si deciderà lunedì prossimo, quando Abu Mazen si
incontrerà a Gerusalemme con il Condoleezza Rice e il premier israeliano Ehud
Olmert. Naoki Tomasini
Parole chiave: Palestina, governo, unità nazionale, autorità palestinese, sanzioni, Condoleezza Rice