scritto per noi da
Sara Dellabella
Al
contrario di quanto si possa pensare, non tutti i migranti dell’Africa scelgono
di venire in Europa. Gli stati settentrionali del continente nero, negli anni,
si sono trasformati da luoghi di transito in luoghi di residenza.
Una
realtà complessa.
Un fenomeno, questo, favorito dagli alti costi delle tratte clandestine
e dagli
elevati rischi di questi viaggi che finiscono per scoraggiare i più.
Tanto che
“Barca o Barcar”, “Barcellona o morte” è diventato il motto usato da
molti
degli emigranti che, consapevoli degli alti rischi, decidono lo stesso
d’intraprendere il viaggio alla volta del vecchio continente. Un
rapporto
presentato il 15 febbraio scorso dal
Comitato Internazionale per lo
Sviluppo
dei Popoli (Cisp), in collaborazione con l’
Alto Commissariato delle
Nazioni
Unite per i Rifugiati (Unhcr), ha calcolato che ogni anno circa 120
mila
migranti sub sahariani arrivino nei paesi del Maghreb, ma che solo una
parte di
questi riesca effettivamente ad attraversare il Mediterraneo. Una
migrazione
che conosce un allargamento delle mete, che vede mutare percorsi e
destinazioni
verso la Libia, l’Algeria e il Marocco. Territori che da protagonisti
del
transito, sono diventati a loro volta destinazione dei flussi
migratori. Il dato rilevante è che coloro che scelgono l’Europa
sono in prevalenza le
donne e le persone con un alto tasso di istruzione.
Il
fenomeno migratorio è una storia antica, che non è mai stato affrontato con una
politica seria di integrazione. Spesso ci si è limitati a porre dei paletti e
veti, chiudendo frontiere ed allestendo centri di permanenza, che preludono
all’espulsione. La rigidità delle frontiere dell’Unione europea ha ottenuto da
una parte il calo del numero dei clandestini, ma ha anche spostato il fenomeno
verso altri territori. Evitare un problema non equivale certo a risolverlo.
In
fuga dalla disperazione. La popolazione africana copre il 14 percento della popolazione
mondiale, ma produce appena il 4 percento del Pil mondiale, a causa
dell’assenza di ogni tipo di sviluppo, ed è quindi naturale che queste
popolazioni cerchino una fonte di sostentamento e prospettive economiche in
qualche altra zona. Lo stesso studio del Cisp, sottolinea che la principale motivazione
che spinge a migrare riguarda il fattore economico (92 percento degli
intervistati), mentre solo una bassa percentuale dei migranti dichiara dai
conflitti interni legati alle guerre civili (8 percento degli intervistati).
L’Europa
rimane quindi una chimera per i giovani fino a 30 anni, per calare
progressivamente, per i numerosi rischi di un viaggio fatto di incognite. Per
un viaggio che viene preparato negli anni, al fine di raccogliere i soldi
necessari all’impresa. Non siamo di fronte ad un’improvvisa voglia di fuga, ma
a progetti familiari fatti di sacrifici alla ricerca di uno sviluppo e una
prospettiva che viene pagata, spesso, correndo rischi assurdi, passando
attraverso meccanismi criminali. Negli ultimi anni si contano circa 5 mila
vittime dell’emigrazione, proprio come in una guerra.
Un mondo in cammino. Le migrazioni sub sahariane
vengono suddivise in categorie: di transito, pendolare e durevole. Per
emigrazione di transito s’intendono quei flussi che, passando per l’Algeria, si
fermano in attesa di raccogliere il denaro sufficiente a raggiungere l’Europa.
I
“pendolari” vedono protagonisti i tuareg, da sempre in movimento tra le
frontiere del Mali, dell’Algeria, del Niger e della Mauritania. Quando le
frontiere europee si fanno sempre più lontane, allora il flusso viene definito
“durevole” perché le popolazioni rimangono stabilmente in Algeria nonostante i
problemi con le popolazioni locali.
E per quanto raggiungere l’Europa stia diventando
sempre più difficile, le popolazione africana conta 700 mila presenze di cui
220 mila provenienti da aree sub sahariane. Quasi un terzo della popolazione di
immigrati presente nel nostro Paese proviene dall’Africa. Un dato rilevante,
che impone ai nostri governanti un cambio di strategia in tema di immigrazione,
che non sia solo volto alla chiusura delle frontiere e alla repressione dei
clandestini. E’ necessario avviare un piano di sviluppo, concertato con la
Comunità Europea, rivolto alla collaborazione e integrazione delle varie forze
in campo. Perché si stima che nel 2050, a fronte di un progressivo calo
demografico europeo, andrà aumentando, ancora, la popolazione africana, per cui
sarà necessario un “matrimonio” tra la costa sud e nord del Mediterraneo.
Avvicinando i due continenti con mezzi legali, slegando i flussi migratori dai
pericolosi meccanismi della criminalità organizzata.