Numero 8. Dal 1° gennaio al 31 gennaio 2007
Sono quarantacinque le
vittime dell’immigrazione clandestina durante il mese di Gennaio 2007: 3 morti
alle Canarie, in Spagna, e 7 in un naufragio in Grecia, mentre in Algeria
annegano 33 persone sulle nuove rotte per la Sardegna. Allarme deportazioni
collettive in Libia e in Marocco, dove una donna in cinta stuprata dalla
polizia perde il bambino dopo le deportazioni collettive di Natale. Intanto a
Bruxelles viene scoperto, nascosto nel vano carrello di un aereo, il corpo
congelato di un gambiano. Dal 1988 sono morte sulle rotte per l’Unione europea
almeno 7.180 persone, tra cui 2.141 dispersi. Il 2006 l’anno peggiore: 1.582
vittime, contro le 822 del 2005 e le 564 del 2004.
Direzione Sardegna. Sangue, capretto e fuochi d’artificio. Il 31
dicembre 2006 i musulmani hanno festeggiato il Sacrificio di Abramo
(eid-ul-adha) e in tutto il mondo si sparano i botti per la fine dell’anno.
Quale occasione migliore per ‘bruciare’ la frontiera, avranno pensato ad
Annaba, 500 km a est da Algeri. Nel giro di poche ore almeno 60 harraga -
quelli che bruciano, come si chiamano in arabo i clandestini – partono su un
paio di barche rubate a Sidi Salem lungo le nuove rotte per l’eldorado europeo,
direzione Sardegna. Per arrivare sull’isola bastano una notte e 180km di mare.
Il giorno dopo sbarcano a Teulada. Stessa rotta per i 60 algerini soccorsi in
acque cagliaritane due settimane dopo, il 16 gennaio, e che fanno dell’isola un
nuovo punto di transito per chi viaggia senza passaporto. Fino a pochi anni fa
in Sardegna si arrivava soltanto nascosti sulle navi dirette a Cagliari o
Oristano. Poi il primo sbarco il 30 agosto 2006. Una barca con 17 passeggeri
era approdata tra i turisti sulla spiaggia di Santa Margherita di Pula, a
Cagliari. Si pensava a un errore del timoniere. Ma da allora sono arrivati in
Sardegna almeno 189 giovani algerini. Gli eventi potrebbero essere collegati
all’aumento dei pattugliamenti lungo le coste occidentali di Oran, noto punto
di imbarco per la Spagna, dove solo nel 2006 sono annegati in 42, oltre a 27
dispersi. Anche di Sardegna però si muore. Ad Annaba le autorità hanno
ripescato i corpi di 33 ragazzi annegati, sulla rotta per Cagliari.
Buoni frutti. Secondo il Ministro degli interni Giuliano Amato,
la cooperazione con la Libia “sta dando buoni frutti”. Il 18 gennaio sono
arrestati a Tripoli 190 candidati all’emigrazione clandestina verso la Sicilia:
99 egiziani, 43 marocchini, 10 sudanesi, 27 eritrei, 4 etiopi, 3 bangladeshi e
2 tunisini. Per loro inizia adesso l’inferno. Human Rights Watch e Afvic
hanno denunciato a più riprese, nel corso del 2006, gli abusi commessi dalla
polizia libica nei centri di detenzione per i migranti, tre dei quali sono finanziati
dall’Italia. Arresti arbitrari e senza processo, maltrattamenti, lavori
forzati, torture e esecuzioni. Nelle prime due settimane di gennaio, 878
arresti e 1.536 deportazioni. Da metà settembre le deportazioni sono state
addirittura 8.336. Rispediti in aereo nei paesi di origine, molti richiedenti
asilo rischiano la vita, specialmente in Sudan e Eritrea. Per altri, in Niger,
Sudan, Chad e Egitto, l’espulsione significa semplicemente essere abbandonati
in ciabatte nel deserto, lungo una linea disegnata su una mappa.
La caccia alle
streghe. Rabat ha ripulito il
cortile spagnolo. Tra il 23 e il 29 dicembre 2006 almeno 450 stranieri
arrestati durante retate notturne a Rabat (260) e Nador (60) e detenuti nel
centre d’arrestation di Laayoun (200), sono espulsi e abbandonati nel deserto
alla frontiera con l’Algeria, non lontano da Oujda. Tra loro 10 donne, di cui
3
incinte, e 11 bambini, di cui uno disabile. I primi giorni di gennaio circa 400
persone riescono a tornare a piedi a Oujda. Raccontano di essere stati divisi
per gruppi di poche decine e di essere stati spinti dagli spari in aria delle
forze marocchine a marciare verso l’Algeria, ricevendo poi lo stesso
trattamento, ma in direzione opposta, dai soldati algerini. Stretto tra i due
fuochi, un gruppo racconta di essere stato assalito nella notte da alcuni
militari algerini, che avrebbero stuprato tre delle donne. Molti migranti hanno
ferite sulla testa e sotto i piedi, causate dalle manganellate ricevute durante
le operazioni di espulsione. Tutti gli espulsi sono africani neri. Tra i
deportati compaiono anche 10 rifugiati riconosciuti dall’Unhcr (Alto
commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) e 60 richiedenti asilo,
oltre che alcuni studenti e turisti in regola con il passaporto. Per loro l’Unhcr
non ha mosso un dito, salvo una tardiva dichiarazione l’8 gennaio e un pacco di
coperte inviate a Oujda, dato che il Marocco vieta ai funzionari Onu di
lasciare Rabat.
Abbandonati nel
deserto. Nel 2002 ben 8 deportati
vennero trovati morti di freddo a pochi chilometri da Oujda e nell’ottobre 2005
addirittura 1.500 persone arrestate negli accampamenti di Bel Younes e
Gourougou, a ridosso di Ceuta e Melilla, vennero abbandonate in pieno deserto
a
‘Ain Chouatar. Soltanto l’intervento delle associazioni marocchine per i
diritti umani evitò un’ecatombe. Un mese dopo le autorità algerine facevano
piazza pulita a Maghnia, 13 km da Oujda, caricando centinaia di persone verso
una meta sconosciuta. Un anno dopo molti sono ancora là, a Tinzaouatine,
frontiera Mali-Algeria, in una terra di nessuno nel cuore del Sahara, a
centinaia di chilometri di piste dalle prime città in Algeria e in Mali. Chi è
riuscito ad andarsene, la definisce “la città dove dio non esiste”. Chi è
ancora là, ogni giorno rischia che il suo nome sia aggiunto all’epitaffio degli
almeno 1.047 caduti nel grande deserto sulle rotte per l’Europa.
Strategia chiara. Navi, aerei e elicotteri.
Li chiede il vice presidente della Commissione europea Franco Frattini per
“evitare nuovi flussi di immigrati”. Mentre non si fa niente per favorire
ingressi legali dei vicini africani, Bruxelles insiste. La strategia è chiara:
umanizzare la repressione in Europa e sigillare le frontiere esterne a tutti i
costi. Così mentre il centro di permanenza temporanea di Gradisca ottiene il
bollino di certificazione etica, da qualche parte nel deserto a pochi
chilometri da Oujda, un pugno di divise algerine eiacula su una donna stuprata.
Il tutto mentre a Las Palmas si presentano i grandi risultati di Frontex,
l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, che il 15 dicembre 2006 ha
concluso Hera II, l’operazione di pattugliamento aeronavale congiunto in
Mauritania e Senegal, avviata l’11 agosto 2006. Bilancio: 57 cayucos
intercettati e 3.887 passeggeri respinti verso la Costa africana, a fronte di
14.572 giovani sbarcati a bordo di 246 piroghe alle Canarie nello stesso
periodo. Una missione costosa (3,5 milioni di euro) e non esente da rischi. Le
barche fermate sono obbligate a invertire la rotta. Almeno 2 delle piroghe
respinte hanno visto morire di stenti metà dei passeggeri prima di riguadagnare
la costa africana. Il bilancio provvisorio è di 32 morti, 50 dispersi e decine
di piroghe che, per evitare i pattugliamenti aeronavali navigano fino a 300 km
dalla costa africana, affidandosi a un motore da 40 cavalli, un gps e un
grigri.
Morire non fa più paura.
Gabriele Del Grande