"Il popolo americano deve sapere che non siamo soli in questa guerra", ha tuonato
ieri George W. Bush in un discorso all'American Enterprise Institute, un consesso
di pensatori neocon.
In primavera saremo noi, e non i terroristi, a lanciare una grande offensiva,
ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti d'America.
Una guerra, appunto. Per il sostegno alla quale Bush ha ringraziato molto molto
calorosamente l'Italia.
Qui no, invece. Qui tutti, ma proprio tutti coloro che sarebbero chiamati a rappresentarci
nelle istituzioni, fanno a gara nel nascondersi dietro a un dito.
Chi inventandosi di sana pianta neologismi terribili (le guerre umanitarie) chi
facendo come se i nostri militari fossero stati inviati a soccorrere una popolazione
terremotata e non ad appoggiare, con uomini e mezzi, truppe che hanno invaso un
paese e che quotidianamente radono al suolo, con l'appoggio di aerei ed elicotteri,
villaggi e città. Ospedali e scuole compresi.
E giusto per sgomberare il campo da ulteriori equivoci, il nostro presidente
(non Napolitano, non Prodi. Quello vero, Bush) ha anche annunciato che dal nostro
paese, e proprio da Vicenza, partirà la 173sima brigata per andare a combattere
gli afgani. Tremila duecento militari che contano sull'aiuto e sul sostegno dell'Italia
e delle basi che ospita per andare a sparare nove colpi su dieci contro dei civili
(oltre il 90 percento delle vittime della guerra, oggi, sono tali).
Verrebbe quasi da ringraziare il Presidente per le sue franche e chiare parole.
Ma altrettanto francamente, non ce la sentiamo di ringraziare una persona che,
se fossimo in un mondo normale, potrebbe essere indagata per crimini contro l'umanità.
Nemmeno se parla chiaro a differenza dei funamboli, pur creativi, di casa nostra
.