Un viaggio nel quartiere cinese di Belgrado: una problematica eredità del vecchio regime serbo
Scritto
per noi da
Elliott
Gaines
Fra gli innumerevoli palazzi in stile socialista di Nuova Belgrado si
stagliano un paio di enormi edifici apparentemente uguali agli altri. Uno
sguardo all’interno rivela invece una vista insolita: qualsiasi centimetro di
spazio libero è stipato fino al soffitto di ogni possibile cianfrusaglia, dai
vestiti agli utensili da cucina, fino ai giocattoli, alla cancelleria,
cosmetici e sapone da bucato. Ovunque ti giri vedi cinesi e qualche zingaro che
si affaccendano trasportando freneticamente cassette, caricando e scaricando
scatole e scatoloni, e trattando con clienti serbi – di solito distinguibili
per l’altezza – in un serbo stentato.
Questa è la Chinatown di Belgrado, che si esaurisce in quello che è
conosciuto come il Blok 70. Si stima abitino qui dai 75 mila ai 100 mila
cinesi.
Le origini del ‘Block 70’. Alla metà degli anni Novanta, al culmine dell’isolamento
della Serbia dal resto dell’occidente, Slobodan Milosevic e sua moglie Mira compirono
una visita diplomatica in Cina. A quel tempo Mira, colpita dalla combinazione
cinese di socialismo e acume capitalista, abbozzò l’idea di una Chinatown a
Belgrado, piantando così il seme di un progetto che vide concordi sia la Cina
che Milosevic.
Belgrado aprì così le porte a 50 mila immigrati cinesi, quasi tutti provenienti
dalla impoverita provincia dello Zhejiang. Gli immigrati arrivarono a fiotti,
felici
di trovare a Belgrado un mercato ideale per i beni a basso prezzo e le
cianfrusaglie che ancora oggi vendono quotidianamente al Blok 70. Nel 1998 l’autorità
doganale jugoslava riportava che più di un miliardo di dollari in contanti erano
stati portati fuori dalla Serbia dai cinesi. “In Cina, ci sono così tante
persone che fanno affari, che è difficile avere successo. In Serbia è molto più
probabile avere una buona impresa. Ecco perché siamo felici di venire qui” spiega
oggi un negoziante del Blok 70.
La speranza iniziale di Milosevic era di importare voti per sé e il suo
partito, fornendo ai nuovi arrivati passaporti e un visto. Le relazioni fra
Cina e Serbia d’altronde, sono sempre state cordiali. In cambio di favori
sull’immigrazione, la Cina fornì alla Serbia prestiti agevolati e il tanto
agognato appoggio diplomatico. Le relazioni amichevoli furono cementate nel
1999 con il bombardamento Nato dell’ambasciata cinese a Belgrado.
Una scarsa integrazione. I belgradesi, da parte loro, tendono a guardare i
loro vicini con tiepida curiosità mista a una certa irritazione verso le
abitudini delle famiglie cinesi di alloggiare illegalmente, e poco
igienicamente, dozzine di persone in piccoli spazi abitativi.
“Stipano diverse famiglie in un solo appartamento, e usano per dormire ogni
spazio disponibile, sotto ai tavoli, sulle sedie, negli armadi. Vengono da una
parte molto povera della Cina e hanno abitudini da contadini, e così i loro
spazi abitativi spesso diventano molto sporchi” dice un passante serbo.
“Comunque sanno fare affari, e qui al Blok 70 puoi comprare qualsiasi cosa a
buon prezzo”.
In genere però, la mescolanza fra le due comunità è limitata. I cinesi
stanno per i fatti loro e non si avventurano volentieri al di fuori dal Blok 70:
un’enclave quasi completamente autosufficiente, anche se gli edifici
appartengono ancora ai serbi. Anche le gang cinesi tengono per sé anche le loro
faide, e non invadono i territori delle corrispettive serbe.
Sarebbero due famiglie del Blok 70, i Wang e i Deng, a controllare la
totalità del commercio che qui si svolge. La maggior parte degli scambi si basa
ancora su intermediari che fungono da traduttori, solitamente giovani donne
serbe che hanno studiato il cinese: si aggirano quotidianamente per le strade
di
Chinatown, e possono essere facilmente riconosciute mentre urlano nei cellulari
per mediare fra venditori e clienti.
Un trampolino verso l’Europa. Nonostante le difficoltà che l’economia serba ha
affrontato negli anni post-Milosevic, i cinesi continuano ad arrivare quasi
quotidianamente a Belgrado. Arrivano muniti di sussidi del governo cinese e scoprono
che con quei soldi riescono a cavarsela bene in Serbia, assai meno cara dei
Paesi dell’Europa occidentale.
La depressione economica che caratterizza la Serbia comunque, ha prodotto nuove
tendenze. E così fin dall’inizio, i cinesi hanno cercato di usare la collocazione
storica di Belgrado, all’incrocio fra l’Europa occidentale e orientale, come un
punto di transito per un’infiltrazione nella più ricca Europa occidentale. Sono
state coinvolte le formazioni del crimine organizzato e le reti dei trafficanti
di esseri umani, che hanno portato ad incidenti come quello di
Maidstone,
in Inghiltera, nel 2001: dopo essere arrivati a Belgrado, 56 uomini e 4 donne
cinesi furono trasportati attraverso l’Austria, Francia, Olanda e infine
Inghilterra; vennero nascosti nel retro di furgoni, nei treni e infine in un
container di un tir, dove tutti tranne due morirono soffocati.
Le porose frontiere della Serbia sono state complici di questo business.
Secondo il centro studi
Jane’s, le principali
rotte del traffico di esseri umani passano dall’Ungheria attraverso l’Austria,
e dalla Bosnia attraverso la Croazia e la Slovenia.
Se la candidatura della Serbia all’Unione europea verrà considerata, la questione
della comunità cinese di Belgrado, alla disperata ricerca di un’opportunità di
traslocare in Europa occidentale, non potrà essere ignorata.