19/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un viaggio nel quartiere cinese di Belgrado: una problematica eredità del vecchio regime serbo
Scritto per noi da
Elliott Gaines
 
Fra gli innumerevoli palazzi in stile socialista di Nuova Belgrado si stagliano un paio di enormi edifici apparentemente uguali agli altri. Uno sguardo all’interno rivela invece una vista insolita: qualsiasi centimetro di spazio libero è stipato fino al soffitto di ogni possibile cianfrusaglia, dai vestiti agli utensili da cucina, fino ai giocattoli, alla cancelleria, cosmetici e sapone da bucato. Ovunque ti giri vedi cinesi e qualche zingaro che si affaccendano trasportando freneticamente cassette, caricando e scaricando scatole e scatoloni, e trattando con clienti serbi – di solito distinguibili per l’altezza – in un serbo stentato.
Questa è la Chinatown di Belgrado, che si esaurisce in quello che è conosciuto come il Blok 70. Si stima abitino qui dai 75 mila ai 100 mila cinesi.
 
Foto di Elliott GainesLe origini del ‘Block 70’. Alla metà degli anni Novanta, al culmine dell’isolamento della Serbia dal resto dell’occidente, Slobodan Milosevic e sua moglie Mira compirono una visita diplomatica in Cina. A quel tempo Mira, colpita dalla combinazione cinese di socialismo e acume capitalista, abbozzò l’idea di una Chinatown a Belgrado, piantando così il seme di un progetto che vide concordi sia la Cina che Milosevic.
Belgrado aprì così le porte a 50 mila immigrati cinesi, quasi tutti provenienti dalla impoverita provincia dello Zhejiang. Gli immigrati arrivarono a fiotti, felici di trovare a Belgrado un mercato ideale per i beni a basso prezzo e le cianfrusaglie che ancora oggi vendono quotidianamente al Blok 70. Nel 1998 l’autorità doganale jugoslava riportava che più di un miliardo di dollari in contanti erano stati portati fuori dalla Serbia dai cinesi. “In Cina, ci sono così tante persone che fanno affari, che è difficile avere successo. In Serbia è molto più probabile avere una buona impresa. Ecco perché siamo felici di venire qui” spiega oggi un negoziante del Blok 70.
La speranza iniziale di Milosevic era di importare voti per sé e il suo partito, fornendo ai nuovi arrivati passaporti e un visto. Le relazioni fra Cina e Serbia d’altronde, sono sempre state cordiali. In cambio di favori sull’immigrazione, la Cina fornì alla Serbia prestiti agevolati e il tanto agognato appoggio diplomatico. Le relazioni amichevoli furono cementate nel 1999 con il bombardamento Nato dell’ambasciata cinese a Belgrado.
 
Foto di Elliott GainesUna scarsa integrazione. I belgradesi, da parte loro, tendono a guardare i loro vicini con tiepida curiosità mista a una certa irritazione verso le abitudini delle famiglie cinesi di alloggiare illegalmente, e poco igienicamente, dozzine di persone in piccoli spazi abitativi.
“Stipano diverse famiglie in un solo appartamento, e usano per dormire ogni spazio disponibile, sotto ai tavoli, sulle sedie, negli armadi. Vengono da una parte molto povera della Cina e hanno abitudini da contadini, e così i loro spazi abitativi spesso diventano molto sporchi” dice un passante serbo. “Comunque sanno fare affari, e qui al Blok 70 puoi comprare qualsiasi cosa a buon prezzo”.
In genere però, la mescolanza fra le due comunità è limitata. I cinesi stanno per i fatti loro e non si avventurano volentieri al di fuori dal Blok 70: un’enclave quasi completamente autosufficiente, anche se gli edifici appartengono ancora ai serbi. Anche le gang cinesi tengono per sé anche le loro faide, e non invadono i territori delle corrispettive serbe.
Sarebbero due famiglie del Blok 70, i Wang e i Deng, a controllare la totalità del commercio che qui si svolge. La maggior parte degli scambi si basa ancora su intermediari che fungono da traduttori, solitamente giovani donne serbe che hanno studiato il cinese: si aggirano quotidianamente per le strade di Chinatown, e possono essere facilmente riconosciute mentre urlano nei cellulari per mediare fra venditori e clienti.
 
Foto di Elliott GainesUn trampolino verso l’Europa. Nonostante le difficoltà che l’economia serba ha affrontato negli anni post-Milosevic, i cinesi continuano ad arrivare quasi quotidianamente a Belgrado. Arrivano muniti di sussidi del governo cinese e scoprono che con quei soldi riescono a cavarsela bene in Serbia, assai meno cara dei Paesi dell’Europa occidentale.
La depressione economica che caratterizza la Serbia comunque, ha prodotto nuove tendenze. E così fin dall’inizio, i cinesi hanno cercato di usare la collocazione storica di Belgrado, all’incrocio fra l’Europa occidentale e orientale, come un punto di transito per un’infiltrazione nella più ricca Europa occidentale. Sono state coinvolte le formazioni del crimine organizzato e le reti dei trafficanti di esseri umani, che hanno portato ad incidenti come quello di Maidstone, in Inghiltera, nel 2001: dopo essere arrivati a Belgrado, 56 uomini e 4 donne cinesi furono trasportati attraverso l’Austria, Francia, Olanda e infine Inghilterra; vennero nascosti nel retro di furgoni, nei treni e infine in un container di un tir, dove tutti tranne due morirono soffocati.
Le porose frontiere della Serbia sono state complici di questo business. Secondo il centro studi Jane’s, le principali rotte del traffico di esseri umani passano dall’Ungheria attraverso l’Austria, e dalla Bosnia attraverso la Croazia e la Slovenia.
Se la candidatura della Serbia all’Unione europea verrà considerata, la questione della comunità cinese di Belgrado, alla disperata ricerca di un’opportunità di traslocare in Europa occidentale, non potrà essere ignorata.
Parole chiave: serbia, belgrado, milosevic, cinesi
Categoria: Migranti, Popoli
Luogo: Serbia