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Come ti monto un presidio. Radio Sherwood ha prestato la tensostruttura, un capannone di 60 metri per 20
collocato in mezzo alla campagna. La signora Giuliana ha dato il terreno. E' nato
così, semplicemente, il presidio anti-base al Dal Molin, dove ormai da un mese
si succedono incontri, dibattiti, assemblee, falò, canti. E anche preghiere. La
settimana scorsa sono infatti arrivati preti da tutta la diocesi, con i parrocchiani
e le chitarre. Il Camp Dal Molin, così definito, crediamo, in omaggio al Camp
Casey di Cindy Sheehan, che presidiò per mesi il ranch di Bush per chiedergli
spiegazioni sul figlio morto in Iraq, è diventato il tempio del movimentismo trasversale,
lampante esempio di come la società civile, nelle battaglie che contano, non abbia
bandiere né colori politici. Al tempo dell'ultima manifestazione, il 17 gennaio
scorso, a bersi un goccio di vin brulé coi ragazzi dei movimenti e dei centri
sociali c'era anche la consigliera dissenziente leghista Franca Equizzi. Una presenza
in aperta polemica con il grosso del suo partito e con un sindaco, Enrico Hullweck,
accusato di prender decisioni d'imperio, senza consultare né informare i cittadini.
'Quelli non sono veri leghisti'. Ha cambiato giudizio sui giovani della sinistra radicale anche la signora Giuliana,
che di cognome fa Riva e ha 60 anni. Per anni ha votato Lega, poi, dopo un breve
periodo di inattività politica, ha aderito in pieno alla causa della protesta,
decidendo di dare in prestito il suo terreno ai ragazzi anti-base e di restituire
la tessera elettorale della Lega. "Da quando scoprii la Lega - racconta - mi sono
buttata anima e corpo in politica. All'improvviso vien fuori 'sto bubbone, nel
partito: i nostri politici nazionali si permettono di sbeffeggiare quelli della
Lega che intendono protestare contro il Dal Molin. Parlo di Castelli, per nulla
tenero nelle sue affermazioni, ma soprattutto di Calderoli: 'Quelli non sono veri
leghisti', ha detto di noi. Ecco, questo ha suscitato in me un moto di reazione.
Mi sono sentita offesa profondamente. Ho scritto anche una lettera, sa, a queste
persone. Gliela leggo: 'Mi sento offesa quando mi si accusa di non essere leghista
solo perchè difendo gli ideali che la Lega mi ha dato in tanti anni di militanza.
'Veneto ai veneti e paroni a casa nostra': questa è acqua passata che si è asciugata
nei meandri dei palazzi romani, troppo lontani da noi per essere compresi, tanto
lontani da non meritare attenzione o capire il perchè di tanta protesta. Dov'è
finita la nostra parte emozionale? In qualche ragion di Stato di coalizione. Il
danaro compra tutto, ma non il sentimento. Quando questo c'è'". Luca Galassi