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Fuga di Moqtada, o no? La questione è stata posta per
la prima volta martedì 13 febbraio, quando la stampa Usa ha diffuso la notizia
secondo la quale Moqtada, sentendosi sempre più sotto pressione e temendo un
imminente arresto, avrebbe lasciato il suo feudo nella città santa sciita di
Najaf per rifugiarsi in Iran.
Tensione alle stelle con l’Iran. La
situazione è complessa, in quanto Moqtada al-Sadr è il leader di un partito
che, nel nuovo Parlamento iracheno, conta 30 deputati ed è quindi un attore
importante della scena politica irachena. Fin dall’inizio, però, l’ayatollah ha
mantenuto un profilo ambiguo, alternando il ruolo di politico pronto al dialogo
con quello di capo populista. I suoi fedelissimi, inoltre, sono pesantemente
coinvolti nella strage quotidiana interconfessionale che lacera l’Iraq. La
sensazione è che il governo di Baghdad e i vertici militari Usa abbiano deciso
di porre fine al suo doppio gioco, stringendo il cerchio attorno al
predicatore. Ma la questione di Moqtada arricchisce anche uno scenario
differente: quello della tensione crescente tra gli Stati Uniti e l’Iran. “Non
posso sapere se l’ordine sia partito o meno dal presidente Ahmadinejad, ma so
che le armi iraniane le abbiamo trovate in Iraq”, ha dichiarato ieri il
presidente Usa George W. Bush, commentando con la stampa la nota del comando
militare Usa in Iraq diffusa poche ore prima, in cui si affermava di aver trovato
le
prove della fornitura continua e massiccia di armi dall’Iran alle milizie
sciite. Un legame che, se provato, passerebbe proprio da Moqtada al-Sadr. Il
quale sa benissimo, memore delle armi di distruzione di massa che gli Usa
ritenevano nelle mani di Saddam, che potrebbe bollire in pentola un nuovo
affondo a stelle e strisce contro di lui e contro il governo di Teheran. Christian Elia
Parole chiave: moqtada al-sadr, iraq, iran, george w, bush, stati uniti