scritto per noi da
Chiara Onger
Joe
Sacco, giornalista dell’Oregon, al suo primo reportage a fumetti da un paese in
guerra dà voce ai palestinesi, cercando di scoprire cosa ci sia di fondato
nello stereotipo occidentale che propende ad associare la loro lotta unicamente
al terrorismo.
Uno stile personale. Un viaggio nei territori occupati della Palestina e in
Israele sul finire della prima Intifada, per capire, attraverso i racconti
della gente, quello che i media tradizionali spesso nascondono. Questa era
l’intenzione di Joe Sacco quando decise di partire, nell’inverno del 1991,
esasperato dalle cronache sulla questione palestinese, convinto che non
corrispondessero alla realtà.
Riconosciamo
il volto di Sacco sin dalla prima vignetta: occhiali spessi, naso pronunciato,
bocca enorme e carnosa. Accompagnerà il lettore tra la gente, nelle città, fra
le baracche dei campi profughi; ascolterà per noi storie di morte e torture, di
razzismo e guerra; berrà per noi litri e litri di tè colmi di zucchero, tanto
che il lettore leggendo e sfogliando il fumetto si sentirà sempre più parte del
reportage giornalistico.
L’autore
sembra quasi divertirsi nel disporre le vignette e le didascalie fuori linea
rispetto alla pagina, costringendoci
spesso a inclinare il fumetto a sinistra e destra. In realtà nulla è casuale,
tutto fa parte dello stile personale di Sacco, che riesce a sdrammatizzare
situazioni di alta tensione non solo giocando con le parole, ma anche con le inquadrature
delle immagini, tecnica mutuata dall’arte fotografica.
Una lacrima in un secchio. Sacco descrive minuziosamente ciò che gli sta intorno
sfruttando a pieno tutti e cinque i sensi. Si ha così l’impressione di vedere
le folle di palestinesi fare acquisti al mercato di Nablus e di sentirle
cantare inni di battaglia durante un matrimonio; di soffocare nelle minuscole
e
maleodoranti celle della prigione Ansar III e di sentirsi disorientati e
sperduti nei disordinati campi profughi; di scottarsi le dita con la nonna che
sistema le braci del fuoco a mani nude e di avere la bocca impastata dai
pretzels, gli anelli di pane intrecciati.
Sacco
racconta le storie vissute senza tralasciare particolari scomodi. Non fa dei
palestinesi delle semplici vittime, ma ne descrive anche i lati peggiori,
quelli più aggressivi, non omettendo mai la propria opinione su ciò che vede e
sente.
Durante
il suo viaggio incontra sempre qualcuno disposto a guidarlo tra la gente,
trovando per lui testimoni pronti a narrare le loro vicende nella speranza di
trarne un beneficio futuro. Ma, come dice Sacco avvalendosi di un’efficace
metafora, ognuna di queste storie non è altro che una lacrima in un secchio.
Cos’ è altrimenti la casa rasa al suolo di un’anziana donna rispetto alle 1250
abitazioni palestinesi demolite dagli israeliani durante i primi quattro anni
di intifada?
Oggi come ieri. Non Nablus,Hebron, Gerusalemme,
Tel-Aviv… Nonostante siano
passati più di dieci anni dal viaggio di Sacco e numerosi siano stati i
cambiamenti avvenuti da allora, queste ed altre città continuano a essere
protagoniste della cronaca internazionale, e non certo per la loro ricchezza
storico-culturale, sepolta da attentati e guerriglie quotidiane.
Al
termine del fumetto, Joe Sacco ci lascia con un’interessante questione
irrisolta sulla quale riflettere, accompagnata da immagini che ritraggono un
bambino palestinese umiliato da alcuni soldati israeliani: “Prima di arrivare qui avevo fatto delle
congetture e, una volta arrivato, avevo scoperto con stupore come può diventare
chi crede di avere il potere dalla sua. Ma poi… Come diventa chi crede di non
averne alcuno?”