15/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli ospedali iracheni stanno diventando un terreno di scontro tra eserciti e milizie
Gli ospedali iracheni stanno diventando un terreno di scontro tra le truppe regolari e le milizie. Lo rivela un recente rapporto dell’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento delle questioni Umanitarie, Irin.
 
Un ferito viene portato in ospedale a BaghdadOspedali. La convenzione di Ginevra stabilisce che un ospedale è, e deve rimanere, un luogo accessibile per tutti, in particolare per i civili. Oggi gli ospedali iracheni si trovano tra l’incudine e il martello e sono sempre più spesso teatro di scontri, irruzioni e occupazioni, sia da parte delle milizie che dalle forze armate Usa e irachene. Il fenomeno è particolarmente rilevante nella provincia di Al Anbar che, a dispetto delle molte operazioni militari, è in buona parte sotto il controllo delle milizie sunnite. I miliziani cercano di tenere i pazienti lontano dagli ospedali prendendoli di mira, come nel novembre scorso, a Ramadi, quando 13 civili sono stati colpiti dai cecchini mentre entravano nell’ospedale. Lo stesso nosocomio è stato occupato a dicembre da un gruppo di miliziani, finché le forze statunitensi hanno iniziato a farvi irruzione, quasi tutti i giorni, per catturare i cecchini appostati sul tetto. L’ospedale di Ramadi è diventato anche un centro di arruolamento per la polizia irachena, il che lo ha esposto molto di più agli attacchi dei ribelli e ha ulteriormente allontanato la popolazione civile. Anche l’ospedale di Mosul è stato occupato dalle forze statunitensi e le ambulanze sono state più volte attaccate dai miliziani a Najaf e a Falluja. Irin ha scritto al quartier generale della Coalizione in Iraq per conoscere i dettagli su tali incidenti e richiedere la protezione dei militari alle scuole e alle strutture sanitarie, come prescritto dalla convenzione di Ginevra. Senza ricevere risposta.
 
Un neonato ferito in ospedaleVisite “domiciliari”. Anche i dottori sono a rischio in questo contesto: ci sono numerosi racconti di medici costretti a curare pazienti ricercati senza registrarne i dati. Non solo: un medico dell’ospedale Yarmouk racconta che,, se i miliziani considerano pericoloso rivolgersi all’ospedale, “catturano un medico, a volte anche un’infermiera, e li portano dove ci sono combattenti feriti”. Se il medico si rifiuta viene ucciso, mentre se accetta può accadere che riceva un cospicuo compenso. Per questo motivo, però, spesso le forze armate li prelevano a loro volta dagli ambulatori per interrogarli: “Qualsiasi cosa diciamo noi medici, ci arrestano e ci trattano come se fossimo terroristi –racconta un altro medico- ci interrogano e ci minacciano. Dunque la realtà è che siamo in pericolo, sia a causa delle milizie che dell’esercito regolare”.
 
Operatori della mezzaluna rosssaAlternative. La maggior parte delle organizzazioni umanitarie internazionali ha lasciato il paese per questioni di sicurezza e la sola Ong che ancora fornisce assistenza sanitaria nel paese è la mezzaluna rossa. In questo scenario, dominato dalla violenza delle milizie sciite e sunnite, sono nati nuovi canali umanitari. La milizia del Mahdi, ad esempio, offre un’assistenza sanitaria alternativa a quella del governo, ma solo ai propri sostenitori. “Mio figlio è stato colpito dalle truppe Usa –spiega un abitante di Sadr City- e sono andato a uno degli uffici del partito di Moqtada Al Sadr per chiedere aiuto. La prima cosa che mi è stata chiesta è se i miei figli combattessero con l’esercito del Mahdi. Risposi di sì e mi diedero tutto l’aiuto di cui avevo bisogno. Il mese scorso, invece, un mio vicino che non sostiene le milizie è stato ferito dall’esercito iracheno, ma quando ha chiesto aiuto lo hanno lasciato morire in strada”. Le prestazioni mediche e gli aiuti umanitari sono pagati con le offerte dei fedeli raccolte nelle moschee. Anche le milizie sunnite hanno organizzato le loro strutture sanitarie, specie nella provincia di Al Anbar, ma non sono bene organizzate come quelle sciite. In questa situazione chi se la passa peggio sono però le minoranze: come i cristiani e i turkmeni, che non hanno milizie proprie e non possono contare sull’aiuto delle strutture sciite o sunnite. Per loro, la sola possibilità di essere curati è lasciare il paese.
 

Naoki Tomasini

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