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Luis Inácio Lula da Silva al giro di boa, canta vittoria. Ma qualcuno dei suoi
alleati lo abbandona. E i senza terra protestano.
Il presidente operaio, ormai a metà del suo mandato, non ha perso occasione per
dichiararsi ottimista e pieno di buone intenzioni nell’affrontare gli ultimi due
anni che lo separano dalle nuove elezioni.
“Che nessuno si illuda sulla mia fedeltà alle mie origini”, ha precisato, annunciando
imminenti tutte quelle riforme sociali che finora ha trascurato per favorire manovre
economiche, commerciali e di politica internazionale. Nell’ultima riunione ministeriale
di quest’anno Lula, mai come adesso al culmine della popolarità (63 per cento
dei consensi), ha infatti dichiarato: “L’ora del Brasile è arrivata”.
I successi di Lula.“In questi primi due anni abbiamo invertito un processo che ci stava portando nell’abisso. La catastrofe annunciata da alcuni, qui e all’estero, non è però avvenuta. Siamo stati capaci, governo e società, di evitarla. Non abbiamo dato continuità alle politiche del governo precedente, abbiamo fatto solo quello che non era stato fatto, ossia abbiamo ricostruito l’economia, rafforzato le istituzioni e soprattutto abbiamo riconquistato la credibilità nel Paese e all’estero”. Un discorso fatto con statistiche e indici dell’economia alla mano, i migliori degli ultimi dieci anni. “Questa tendenza non è una bolla di sapone – ha precisato – bensì un processo consistente e duraturo”.
Le critiche – Due anni di politica economica conservatrice e ligia ai dettami del Fondo monetario internazionale, quelli del presidente-operaio e del suo ministro Antonio Paolucci, che hanno creato a Lula molti problemi anche all’interno del suo stesso partito. Ma è così che risponde, una volta per tutte a coloro che lo hanno tacciato a più riprese di tradimento della causa sociale e di rinnegamento delle sue origini: “Che nessuno confonda pazienza e cordialità con passività. Abbiamo altri due anni davanti. E’ arrivata l’ora di raccogliere tutto quanto abbiamo piantato, ed è molto. E’ l’ora di affermare con più enfasi l’intenzione di persistere nelle nostre politiche economiche e sociali. Ma nessuno si illuda sulle priorità di questo governo: la grande trasformazione economica e sociale del Brasile. Tutte le difficoltà che ho incontrato – ha continuato Lula – e i risultati che ho raggiunto mi hanno convinto che la cosa migliore che abbiamo è il nostro popolo”.
Le ammissioni. Il presidente del brasile non elude, comunque, i mea culpa: “Non voglio fare
un bilancio autocompiacente e trionfalista. So bene che tutto quello che abbiamo
fatto in questi 24 mesi è molto al di sotto di quanto la società brasiliana
reclami”. E non ha mancato di sottolineare le lacune del suo “Fame Zero”, il
progetto sociale più innovativo e conosciuto del suo programma: “Ci sono abusi
da correggere”, ha ammesso, precisando che ha comunque già raggiunto sei milioni
e mezzo di famiglie poverissime. Grande ottimismo anche nei confronti del Mercosur,
nonostante le recenti tensioni con l’Argentina sul tema del reciproco interscambio
commerciale: “Ma tutto comincia a cambiare”.
Le defezioni. Affermazioni, queste, che certo non lasciavano presagire quello che invece è
accaduto subito dopo.
A ruota, uno dietro l’altro, prima il Partito popolare socialista (Pps), poi
il Movimento Democratico brasiliano (Pmdb) si sono ritirati dall’esecutivo. “Questo
è un governo deplorevolmente conservatore. Non è di sinistra”, ha commentato Roberto
Freire, presidente del piccolo partito che vantava un ministro, due senatori e
23 deputati. E la stessa linea l’ha seguita il centrista Pmdb. “Il governo non
realizza le politiche sociali promesse - è stato commentato - alle prossime elezioni
correremo con un nostro candidato”. Una decisione questa che ha spaccato in due
il partito. Alcuni dirigenti fedeli a Lula, durante l’assemblea indetta per mettere
ai voti l’uscita dal governo, hanno cercato di bloccare le votazioni, appellandosi
a presunte irregolarità nella convocazione. Ma gli oppositori hanno avuto la meglio.
Il tribunale ne ha confermata la validità, stabilendo che il partito è libero
di decidere la propria strada. Il no a Lula, dunque, è divenuto ufficiale.
Le conseguenze. Una grave crisi dunque, che complica di molto i lavori del governo. Pur trattandosi di un partito piccolo, infatti, l’appoggio del Pps nel Congresso si è sempre dimostrato decisivo per Lula. E tutto questo vale a maggior ragione per il Movimento Democratico. Senza i due alleati, approvare le riforme ancora in pendenza, specialmente quelle economiche, importanti per sostenere l’espansione in atto.
La grande falla. La delusione più grande dei primi due anni di mandato Lula è
comunque la mancata riforma agraria, tanto attesa e promessa ai lavoratori senza
terra. Reduce dal primo Forum mondiale per la riforma agraria, svoltosi a Valenzia
la scorsa settimana, il Movimento dei sem terra (Mst), il maggiore movimento sociale
dell’America Latina, ha deciso di dare il via a una lunga marcia contadina, che
a gennaio partirà da Brasilia per attraversare il Paese. “La riforma agraria sta
vivendo un periodo molto difficile – spiegano dall’Mst – è giunto il momento di
far sapere che marceremo per mesi per ribadire che la Riforma è la via più rapida,
giusta ed economica per garantire lavoro, alimentazione e un futuro dignitoso
a quei milioni di brasiliani che vivono nella povertà”. La vittoria elettorale
di Lula nel gennaio del 2002 dette ai Sem terra molta speranza, ma “il tempo purtroppo
è passato – ha precisato José Luiz Patrola, coordinatore statale dell’Mst di Rio
de Janeiro – e la logica perversa dell’attuale politica, alleata a un’economica
chiaramente neoliberale, preferisce l’aumento dei tassi d’interesse e l’attivo
fiscale primario alla riforma della terra”.
Stella Spinelli