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Manifestazioni preoccupanti. E il loro interesse
l’hanno dimostrato il 7 febbraio scorso, quando circa 500 arabi sono scesi in
piazza a Kirkuk per manifestare contro la delibera, emessa il 4 febbraio
scorso, dell’Alto
comitato iracheno per la normalizzazione di Kirkuk: la commissione governativa
nominata per risolvere la questione della natura curda o araba della città.
Le rivendicazioni curde. Quando è scoppiato il caso delle famiglie
arabe, i curdi hanno reagito denunciando a loro volta le deportazioni di
famiglie curde da Kirkuk e la loro sostituzione con famiglie arabe da parte del
regime di Saddam, che voleva ‘arabizzare’ una città ritenuta strategica per il
regime. Secondo le stime dell’organizzazione non governativa Human Rights
Watch, che da anni si batte per il rispetto dei diritti umani del mondo,
almeno 120mila persone non arabe vennero costrette ad abbandonare le loro case
dal regime di Saddam. In questo senso il comitato, per ristabilire l’equilibrio
etnico esistente prima di Saddam, si è pronunciato a favore del trasferimento, assegnando a tutte le
famiglie un lotto di terra e un risarcimento di 25mila dollari. Allo stesso
tempo però, dopo l’invasione delle truppe della Coalizione nel 2003, si calcola
che siano stati almeno 300mila i curdi che sono arrivati in città, occupando edifici
governativi e parcheggi per potersi accampare in città in attesa di una
soluzione sullo status finale di Kirkuk. In previsione del referendum, è
scoppiata la guerra dei censimenti, tra accuse reciproche delle due comunità.
Anche perché il voto potrebbe decidersi sul filo di lana e ogni famiglia potrà
rivelarsi decisiva per l’assegnazione del ‘tesoro’ di Kirkuk, che alcuni
analisti calcolano nel 2 percento di riserve petrolifere del mondo.
Tanti, troppi interessi in ballo. Il problema, già
complesso di suo, si complica per il fatto che a Kirkuk non ci sono solo arabi
e curdi. Ma anche turcomanni, armeni, caldei, assiri, molti dei quali
cristiani, che in questa zona dell’Iraq trovano uno dei pochi luoghi dove poter
vivere in pace mentre in tutto il Paese scorre il sangue delle lotte
confessionali. Religione e petrolio, un cocktail micidiale, che non a caso ha
attirato le attenzioni di altri attori. Come la Turchia, per esempio. Il 29
gennaio scorso, il governo d Ankara ha minacciato una serie di ritorsioni se il
governo di Baghdad non ritornerà a essere l’interlocutore per il commercio del
petrolio. Il mercato infatti, sembrava destinato a passare nelle mani dei
curdi, ma il governo turco si oppone con forza a qualsiasi atto che possa anche
solo minimamente rafforzare un’autonomia curda che sembra sempre più
un’indipendenza. E in Turchia, la nascita di una sorta di Kurdistan troppo
libero è vista come fumo negli occhi, a causa della lotta sanguinosa che da
decenni oppone il governo centrale turco ai curdi della Turchia. Il caso Kirkuk
potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso dei rapporti tesi tra la
Turchia e l’autonomia curdo-irachena, fino a quell’intervento militare che i
vertici di Ankara non hanno mai escluso definitivamente. Per non parlare degli
Usa, preoccupati dalla prospettiva che una città fondamentale come Kirkuk possa
cadere in mani ostili. All’inizio del 2007, il senatore Usa John McCain,
probabile candidato alla presidenza, ha chiesto all’amministrazione Bush un
posticipo del referendum, così come ha fatto la commissione Baker del Congresso
Usa, che ritiene il tempo che manca al voto troppo limitato per ottenere un
esito credibile e trasparente. Secondo il politico statunitense, per definire
la questione Kirkuk, si deve aspettare che il governo centrale si rafforzi.
L’Iraq
che non c’è più. Mentre
si discute del futuro, a Kirkuk è arrivata la violenza, con una ferocia che
fino a oggi aveva risparmiato questa città. Secondo il tenente colonnello Anwar
Hussein, della polizia di Kirkuk, nell’ultimo anno si sono verificati episodi
di violenza mai accaduti in passato e, dal gennaio 2006 a oggi, sono state più
di 300 le vittime in una delle città più sicure dell’Iraq. Così come sono
cominciate le macabre scoperte di fosse comuni, con cadaveri che presentavano
segni di torture. Il 3 febbraio scorso,
sono esplose 5 autobombe in diversi punti della città, uccidendo 2 persone e
ferendone altre 28. Obiettivi degli attentati, le sedi dei due principali
partiti curdi: il Partito Democratico del Kurdistan e l’Unione Patriottica del
Kurdistan, guidata dall’attuale presidente iracheno Jalal Talebani. Poche ore
dopo, su internet, è apparsa la rivendicazione degli attacchi, firmata al-Qaeda
in Iraq. Obiettivo dell’azione, secondo il comunicato, proteggere gli arabi
dalla ‘curdizzazione’ della città.
Kirkuk, dove per anni hanno convissuto fedi ed etnie differenti, è il
simbolo della fine dell’Iraq, così come lo avevamo sempre conosciuto, e Kirkuk
è solo l’ultimo dei pezzi pregiati che, come un’eredità controversa, tutti
cercano di accaparrarsi alla morte del legittimo proprietario.Christian Elia