21/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Arabi e curdi lottano per il controllo della città, ma in molti sono interessati al suo destino
Se in tutto l’Iraq c’è un posto dove sunniti e sciiti vanno più o meno d’accordo è la città di Kirkuk. Come accade nell’Iraq di oggi però, un accordo non nasce mai dalla voglia di convivere e di costruire il futuro, ma al massimo da un comune interesse. Nel caso di Kirkuk, il comune interesse è quello degli arabi e dei curdi, di non perdere il controllo di una miniera d’oro: i pozzi petroliferi e i giacimenti di gas naturale di Kirkuk sono tra i maggiori dell’Iraq.
 
una manifestazione a kirkukManifestazioni preoccupanti. E il loro interesse l’hanno dimostrato il 7 febbraio scorso, quando circa 500 arabi sono scesi in piazza a Kirkuk per manifestare contro la delibera, emessa il 4 febbraio scorso, dell’Alto comitato iracheno per la normalizzazione di Kirkuk: la commissione governativa nominata per risolvere la questione della natura curda o araba della città.
Il comitato si è pronunciato, sostenendo che tutte le famiglie arabe trasferitesi a Kirkuk dopo il 14 luglio 1968 (giorno della presa del potere da parte di Saddam Hussein) dovranno tornare ai luoghi d’origine. Si parla di decine di migliaia di persone. La misura, che prevede dei risarcimenti, va letta in relazione al  fatto che il destino della città verrà deciso con un referendum, previsto per dicembre di quest’anno, e sia i curdi che gli arabi si lamentano del fatto che l’equilibrio demografico della città è stato forzosamente mutato. Il grido d’allarme era stato lanciato dagli arabi che, nei mesi passati, avevano denunciato la ‘curdizzazione’ violenta della città. Secondo loro, i peshmerga, i guerriglieri curdi che sono diventati l’esercito del Kurdistan iracheno che si autoamministra dal conflitto del 1991, hanno dato vita a una vera e propria persecuzione ai danni delle famiglie arabe, sia sunnite che sciite, della città, per costringerle ad abbandonare Kirkuk. Cosa che in effetti molti hanno fatto: per paura delle violenze tanti hanno raggiunto le famiglie nel sud sciita oppure nelle città del ‘triangolo sunnita’.
 
un pozzo petrolifero in fiamme a kirkuk dopo un attentatoLe rivendicazioni curde. Quando è scoppiato il caso delle famiglie arabe, i curdi hanno reagito denunciando a loro volta le deportazioni di famiglie curde da Kirkuk e la loro sostituzione con famiglie arabe da parte del regime di Saddam, che voleva ‘arabizzare’ una città ritenuta strategica per il regime. Secondo le stime dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch, che da anni si batte per il rispetto dei diritti umani del mondo, almeno 120mila persone non arabe vennero costrette ad abbandonare le loro case dal regime di Saddam. In questo senso il comitato, per ristabilire l’equilibrio etnico esistente prima di Saddam, si è pronunciato a favore del  trasferimento, assegnando a tutte le famiglie un lotto di terra e un risarcimento di 25mila dollari. Allo stesso tempo però, dopo l’invasione delle truppe della Coalizione nel 2003, si calcola che siano stati almeno 300mila i curdi che sono arrivati in città, occupando edifici governativi e parcheggi per potersi accampare in città in attesa di una soluzione sullo status finale di Kirkuk. In previsione del referendum, è scoppiata la guerra dei censimenti, tra accuse reciproche delle due comunità. Anche perché il voto potrebbe decidersi sul filo di lana e ogni famiglia potrà rivelarsi decisiva per l’assegnazione del ‘tesoro’ di Kirkuk, che alcuni analisti calcolano nel 2 percento di riserve petrolifere del mondo.
 
mappa dell'iraqTanti, troppi interessi in ballo. Il problema, già complesso di suo, si complica per il fatto che a Kirkuk non ci sono solo arabi e curdi. Ma anche turcomanni, armeni, caldei, assiri, molti dei quali cristiani, che in questa zona dell’Iraq trovano uno dei pochi luoghi dove poter vivere in pace mentre in tutto il Paese scorre il sangue delle lotte confessionali. Religione e petrolio, un cocktail micidiale, che non a caso ha attirato le attenzioni di altri attori. Come la Turchia, per esempio. Il 29 gennaio scorso, il governo d Ankara ha minacciato una serie di ritorsioni se il governo di Baghdad non ritornerà a essere l’interlocutore per il commercio del petrolio. Il mercato infatti, sembrava destinato a passare nelle mani dei curdi, ma il governo turco si oppone con forza a qualsiasi atto che possa anche solo minimamente rafforzare un’autonomia curda che sembra sempre più un’indipendenza. E in Turchia, la nascita di una sorta di Kurdistan troppo libero è vista come fumo negli occhi, a causa della lotta sanguinosa che da decenni oppone il governo centrale turco ai curdi della Turchia. Il caso Kirkuk potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso dei rapporti tesi tra la Turchia e l’autonomia curdo-irachena, fino a quell’intervento militare che i vertici di Ankara non hanno mai escluso definitivamente. Per non parlare degli Usa, preoccupati dalla prospettiva che una città fondamentale come Kirkuk possa cadere in mani ostili. All’inizio del 2007, il senatore Usa John McCain, probabile candidato alla presidenza, ha chiesto all’amministrazione Bush un posticipo del referendum, così come ha fatto la commissione Baker del Congresso Usa, che ritiene il tempo che manca al voto troppo limitato per ottenere un esito credibile e trasparente. Secondo il politico statunitense, per definire la questione Kirkuk, si deve aspettare che il governo centrale si rafforzi.
Alla vicenda non è estraneo neanche il governo iraniano che, se vincessero gli arabi, metterebbe le mani su un’altra importante quota di petrolio iracheno. Gli arabi di Kirkuk infatti sono in larga parte sciiti e, dopo aver stretto alleanze con gli sciiti a sud, si garantirebbero un’altra fetta dei proventi petroliferi iracheni.
 
l'oro nero, il tesoro di kirkukL’Iraq che non c’è più. Mentre si discute del futuro, a Kirkuk è arrivata la violenza, con una ferocia che fino a oggi aveva risparmiato questa città. Secondo il tenente colonnello Anwar Hussein, della polizia di Kirkuk, nell’ultimo anno si sono verificati episodi di violenza mai accaduti in passato e, dal gennaio 2006 a oggi, sono state più di 300 le vittime in una delle città più sicure dell’Iraq. Così come sono cominciate le macabre scoperte di fosse comuni, con cadaveri che presentavano segni di torture.  Il 3 febbraio scorso, sono esplose 5 autobombe in diversi punti della città, uccidendo 2 persone e ferendone altre 28. Obiettivi degli attentati, le sedi dei due principali partiti curdi: il Partito Democratico del Kurdistan e l’Unione Patriottica del Kurdistan, guidata dall’attuale presidente iracheno Jalal Talebani. Poche ore dopo, su internet, è apparsa la rivendicazione degli attacchi, firmata al-Qaeda in Iraq. Obiettivo dell’azione, secondo il comunicato, proteggere gli arabi dalla ‘curdizzazione’ della città.  Kirkuk, dove per anni hanno convissuto fedi ed etnie differenti, è il simbolo della fine dell’Iraq, così come lo avevamo sempre conosciuto, e Kirkuk è solo l’ultimo dei pezzi pregiati che, come un’eredità controversa, tutti cercano di accaparrarsi alla morte del legittimo proprietario.

Christian Elia

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