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I turisti sono i benvenuti. E' il Myanmar, ex Birmania: un potenziale paradiso per gli
stranieri, un inferno quotidiano per chi cerca di resistere al regime. La
dittatura di Rangoon punta sul turismo per rinnovare la propria immagine. Nel
1996 fu lanciata la campagna “Visit Myanmar”, che si rivelò sostanzialmente un
flop: l'obbiettivo dichiarato di raggiungere i 500.000 visitatori in un anno si
è rivelato solo un bel sogno. Nel 2006 però, secondo i dati del Ministero del
turismo, sono stati quasi 600.000 gli stranieri che hanno viaggiato nel Paese.
Un bene o un male? Gli operatori del settore sono spaccati. Da una parte della
barricata troviamo ad esempio Rough Guide, leader nelle pubblicazioni
turistiche, che semplicemente ha deciso di non stampare più guide sulla ex
Birmania, “fino a quando la situazione politica non sarà migliorata”.
Sostenere il regime? Il turismo è
sicuramente uno strumento per rimpinguare le casse del regime. Non solo: i
resort turistici e gran parte delle infrastrutture, denunciano gli
oppositori birmani, sono stati costruiti sfruttando il lavoro coatto, spesso di
minorenni. Alcuni storici alberghi, meta obbligata per i visitatori stranieri,
sono di proprietà di noti signori della droga, e servirebbero anche a riciclare
il denaro proveniente dal narcotraffico. Nello sforzo di promuovere il turismo
sulle coste, la giunta militare ha sfrattato dai loro villaggi migliaia di pescatori, per fare posto a
lussuosi hotel, naturalmente inaccessibili alla popolazione locale. E il regime
controlla, direttamente o meno, la maggior parte dei luoghi di interesse per i
viaggiatori, per cui è molto complicato applicare i consigli di Lonely
Planet. Che, dal canto suo, difende la propria scelta: i turisti portano
soldi che fanno molto comodo ai privati cittadini, è più difficile che le
violazioni dei diritti umani avvengano in zone dove c'è presenza straniera, e
lo scambio culturale gioverebbe a
entrambe le parti. I visitatori potrebbero aprire gli occhi sulla situazione
birmana, insomma, e i cittadini birmani potrebbero avere con il mondo esterno
quel contatto che è loro negato dalla repressione militare. Tutto questo, alla
fine, potrebbe anche tradursi in una maggior richiesta di democrazia. Cecilia Strada
Parole chiave: Myanmar, Birmania, Aung San Suu Kyi, turismo, giunta militare, Rough Guides, Lonely Planet, pace, guerra, diritti