20/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggiare o non viaggiare in Myanmar, sottoposta a una feroce giunta militare?
Templi scintillanti d'oro, montagne incontaminate, spiagge cristalline bagnate dal mare turchese. Ma anche galere piene di oppositori politici, di cui Aung San Suu Kyi è solo la più famosa, minoranze perseguitate, repressione del dissenso ad opera di una feroce giunta militare.
 
spiaggia del Myanmar: pubblicità del ministero del TurismoI turisti sono i benvenuti. E' il Myanmar, ex Birmania: un potenziale paradiso per gli stranieri, un inferno quotidiano per chi cerca di resistere al regime. La dittatura di Rangoon punta sul turismo per rinnovare la propria immagine. Nel 1996 fu lanciata la campagna “Visit Myanmar”, che si rivelò sostanzialmente un flop: l'obbiettivo dichiarato di raggiungere i 500.000 visitatori in un anno si è rivelato solo un bel sogno. Nel 2006 però, secondo i dati del Ministero del turismo, sono stati quasi 600.000 gli stranieri che hanno viaggiato nel Paese. Un bene o un male? Gli operatori del settore sono spaccati. Da una parte della barricata troviamo ad esempio Rough Guide, leader nelle pubblicazioni turistiche, che semplicemente ha deciso di non stampare più guide sulla ex Birmania, “fino a quando la situazione politica non sarà migliorata”.
 
Alcune precauzioni. La concorrente Lonely Planet, invece, continua a vendere la sua guida, all'insegna però del viaggiare informati: “La decisione di andare in Myanmar non deve essere presa alla leggera”, si legge nella loro presentazione, che elenca una serie di pro e contro da ponderare prima di acquistare un biglietto e suggerisce di evitare alberghi e mezzi di trasporto di proprietà del governo. Nonostante queste precauzioni, la pubblicazione è finita nella “lista nera”, redatta dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani nel Myanmar, delle organizzazioni accusate di collaborare con la giunta militare.
 
la guida Lonely Planet del MyanmarSostenere il regime? Il turismo è sicuramente uno strumento per rimpinguare le casse del regime. Non solo: i resort turistici e gran parte delle infrastrutture, denunciano gli oppositori birmani, sono stati costruiti sfruttando il lavoro coatto, spesso di minorenni. Alcuni storici alberghi, meta obbligata per i visitatori stranieri, sono di proprietà di noti signori della droga, e servirebbero anche a riciclare il denaro proveniente dal narcotraffico. Nello sforzo di promuovere il turismo sulle coste, la giunta militare ha sfrattato dai loro villaggi  migliaia di pescatori, per fare posto a lussuosi hotel, naturalmente inaccessibili alla popolazione locale. E il regime controlla, direttamente o meno, la maggior parte dei luoghi di interesse per i viaggiatori, per cui è molto complicato applicare i consigli di Lonely Planet. Che, dal canto suo, difende la propria scelta: i turisti portano soldi che fanno molto comodo ai privati cittadini, è più difficile che le violazioni dei diritti umani avvengano in zone dove c'è presenza straniera, e lo scambio culturale gioverebbe  a entrambe le parti. I visitatori potrebbero aprire gli occhi sulla situazione birmana, insomma, e i cittadini birmani potrebbero avere con il mondo esterno quel contatto che è loro negato dalla repressione militare. Tutto questo, alla fine, potrebbe anche tradursi in una maggior richiesta di democrazia.
 
L'appello di Aung San Suu Kyi. Contro questa posizione, però, si scaglia la storica attivista Aung San Suu Kyi, che più volte ha chiesto pubblicamente di boicottare il turismo in Myanmar: “La gente qui sa quello che vuole, vuole democrazia, e molti sono morti per questo. Suggerire che c'è qualcosa che i turisti possono insegnare alla popolazione della Birmania sulla loro situazione non è semplicemente paternalistico: è anche razzista”.  

Cecilia Strada

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