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Una lunga storia. Quando si parla di Algeria e violenza
la matrice è una sola: il Gruppo Salafita per la Predicazione e il
Combattimento (Gspc), nato nel ‘98 dal disciolto Gruppo Islamico Armato (Gia),
che rappresentava l’ala dura del Fronte Islamico di Salvezza (Fis). Il Fis, con
l'introduzione del multipartitismo, vinse le elezioni amministrative del ‘90 e
si aggiudicò anche il primo turno delle politiche del ‘91. L’esercito algerino
e la classe dirigente del Fronte di Liberazione Nazionale, che aveva guidato il
Paese nella guerra d’indipendenza dalla Francia e governato l’Algeria fin dagli
anni ‘60, non accettarono l’esito delle urne e il voto venne annullato, con lo
scioglimento del Fis. La svolta militare fece risaltare l’ala estremista del
Fis, il Gia, che diede il via a una sanguinosa guerra civile contro le forze
governative. Le fazioni lottarono senza esclusione di colpi, con massacri di
civili, compiuti sia dagli integralisti che dalle squadre speciali
dell'esercito.
L’uomo giusto. Abdelaziz Boutefilka, il primo
presidente non militare eletto dopo la guerra, aveva sottoposto agli algerini,
a settembre 2005, un referendum sull’approvazione di una Charta per la
Riconciliazione Nazionale: un documento che avrebbe dovuto segnare la fine
delle violenze, consegnando la guerra al passato. Il senso della Charta,
entrata in vigore il 1 marzo 2006, era semplice: perdono in cambio di pace.
Tutti coloro che avrebbero deposto le armi, potevano beneficiare di
un’amnistia. Gli algerini, nonostante la denuncia di brogli da parte
dell’opposizione, hanno votato in massa a favore della Charta, non fosse altro
per la gratitudine che Bouteflika si era meritato, garantendo sicurezza alla
popolazione: il Gspc non attacca i civili e la guerriglia con l’esercito
avviene per lo più in zone di montagna. In poco meno di un anno vengono
rilasciati 2629 ex combattenti, che accettano di tornare alla vita civile in
cambio della grazia, con buona pace delle famiglie delle vittime, che chiedono
giustizia dei massacri degli anni ‘90, ma che dovranno accontentarsi di un
minimo risarcimento deciso da una Commissione ad hoc. Un colpo di spugna sul
passato, che torna utile a tanti generali dell’esercito che, se la guerra fosse
finita in tribunale, avrebbero potuto essere accusati di crimini contro
l’umanità. L’atteggiamento riconciliatorio viene esteso anche ai salafiti e, il
6 gennaio di quest’anno, l’emiro Hassan Hattab, leader storico del gruppo,
dichiara di essere disposto ad abbracciare il progetto di riconciliazione
nazionale del presidente. Sembra che la contrapposizione tra salafiti e governo
sia alla fine, ma qualcosa non funziona e, in un video diffuso su internet
qualche giorno dopo, l'attuale leader del Gspc, Abdelmalek Droukdal, noto anche
come Abu Musab Abdul Wadud, sconfessa Hattab e rilancia la ‘guerra santa’.
“Agli algerini dico che i francesi e i loro alleati crociati sono alla nostra
portata. Ci appelliamo all’emiro Osama bin Laden e aspettiamo le sue
istruzioni”. I salafiti dunque, chiedono di entrare in al-Qaeda. Non è questa
l’unica novità. La strategia del Gspc è sempre stata quella di agire
nell’ombra, e mai prima di ora si era registrata una tale esposizione
mediatica, con tanto di video del leader che parla con il kalashnikov vicino e
tutta un’iconografia mediatica tipica di al-Qaeda.
Gemellaggio misterioso.
Ma la connessione non pare così evidente, in quanto i salafiti, contrariamente
ad al-Qaeda, hanno sempre evitato obiettivi civili. Inoltre la loro lotta è sempre
stata legata alla situazione interna algerina, mentre il 10 dicembre scorso,
per la prima volta, il gruppo ha rivendicato un attacco contro un bus che
trasportava dipendenti stranieri di un’azienda legata all’Hulliburton,
lanciando la sfida agli interessi occidentali in Algeria. Il braccio destro di
bin Laden, al-Zawahiri, benedice l’ingresso nella grande famiglia di al-Qaeda
degli algerini e il Gspc, con un messaggio del 26 gennaio scorso, annuncia di
aver cambiato nome in Organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb islamico. Il
cerchio si chiude, anzi si allarga.
Il conflitto si allarga. Anche i Tuareg scendono in
campo per svariati motivi: in primo luogo il gruppo aveva firmato un accordo
con il governo del Mali, grazie alla mediazione dell’Algeria e, in secondo
luogo, i traffici illeciti che i Tuareg gestiscono in quella zona erano
minacciati dall’interesse che la presenza del Gspc poteva suscitare nei vertici
del Trans Sahara Counter Terrorism Iniziative (Tscti), e in questi casi è sempre
meglio allearsi con il più forte. Ma cos’è il Tscti? Il Tscti è il nuovo nome
del Pan-Sahel Iniziative, un programma del governo Usa in Africa. In origine,
Washington si era impegnata a formare e armare la polizia e l’esercito di Ciad,
Mali, Mauritania e Niger, per ‘combattere la diffusione del terrorismo islamico
nella regione del Sahel’. Oggi il Tscti è esteso anche a Marocco, Tunisia,
Algeria, Nigeria e Senegal. Lo stanziamento statunitense è arrivato a 100
milioni di dollari l’anno, per 5 anni, ed è partito a giugno 2005 con
l’addestramento di 3mila uomini degli eserciti africani da parte di 2100
militari Usa. L’accordo conviene a tutti: i governi ottengono un lifting
gratuito delle loro forze armate e gli Stati Uniti un caposaldo militare nel cuore
dell’area che si affaccia sul Golfo di Guinea, una regione che, secondo gli
analisti del mercato del petrolio, potrebbe soddisfare il 25 percento del
fabbisogno petrolifero Usa entro il 2015.Christian Elia