14/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Riesplode la violenza in Algeria, dove i guerriglieri islamici sembrano aver aderito ad al-Qaeda
Tre attentati in contemporanea in Cabilia: almeno 10 morti. Il terrorismo è tornato a colpire in Algeria, dove i salafiti non hanno mai deposto le armi, nonostante la fine della guerra civile e il Patto di Riconciliazione. Adesso annunciano di essersi alleati ad al-Qaeda e il conflitto si estende, interessando anche attori terzi, come gli Stati Uniti d'America 
 
 
Sono arrivati come sempre con il favore delle tenebre, lunedì 29 gennaio scorso, i guerriglieri che hanno attaccato una base dell’esercito algerino a Bousselem, nella zona di Batna, circa 400 chilometri a est di Algeri. Un commando ben armato e ben addestrato. La battaglia è stata feroce, con un bilancio di 15 vittime: 5 militari e 10 miliziani.
 
guerrilgieri in algeriaUna lunga storia. Quando si parla di Algeria e violenza la matrice è una sola: il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), nato nel ‘98 dal disciolto Gruppo Islamico Armato (Gia), che rappresentava l’ala dura del Fronte Islamico di Salvezza (Fis). Il Fis, con l'introduzione del multipartitismo, vinse le elezioni amministrative del ‘90 e si aggiudicò anche il primo turno delle politiche del ‘91. L’esercito algerino e la classe dirigente del Fronte di Liberazione Nazionale, che aveva guidato il Paese nella guerra d’indipendenza dalla Francia e governato l’Algeria fin dagli anni ‘60, non accettarono l’esito delle urne e il voto venne annullato, con lo scioglimento del Fis. La svolta militare fece risaltare l’ala estremista del Fis, il Gia, che diede il via a una sanguinosa guerra civile contro le forze governative. Le fazioni lottarono senza esclusione di colpi, con massacri di civili, compiuti sia dagli integralisti che dalle squadre speciali dell'esercito.
La guerra finisce solo nel 1999, dopo sette anni di violenze e oltre 150 mila morti. Ma una fazione del Gia, i salafiti, appunto, non ci stanno e nel ‘98 non accettano la resa, scegliendo la via della guerriglia a oltranza e trovando riparo nelle regioni montagnose e desertiche dell’Algeria. Il salafismo è un movimento che si rifà all’Islam delle origini, purificato dalle contaminazioni e dalle riforme moderniste. Il ministero degli Interni di Algeri, stima che il Gspc disponga di solo 500 uomini, ma per le fonti d’informazione indipendenti del Paese le vittime delle violenze tra i militari e i miliziani sono circa 15mila. Un gruppo di fanatici irriducibili insomma, nascosti tra le montagne, che combattono una battaglia eterna contro i corpi speciali dell’esercito algerino. Questo il quadro che si presentava fino all’inizio di quest’anno, quando tutto è cambiato.
 
abdelaziz bouteflikaL’uomo giusto. Abdelaziz Boutefilka, il primo presidente non militare eletto dopo la guerra, aveva sottoposto agli algerini, a settembre 2005, un referendum sull’approvazione di una Charta per la Riconciliazione Nazionale: un documento che avrebbe dovuto segnare la fine delle violenze, consegnando la guerra al passato. Il senso della Charta, entrata in vigore il 1 marzo 2006, era semplice: perdono in cambio di pace. Tutti coloro che avrebbero deposto le armi, potevano beneficiare di un’amnistia. Gli algerini, nonostante la denuncia di brogli da parte dell’opposizione, hanno votato in massa a favore della Charta, non fosse altro per la gratitudine che Bouteflika si era meritato, garantendo sicurezza alla popolazione: il Gspc non attacca i civili e la guerriglia con l’esercito avviene per lo più in zone di montagna. In poco meno di un anno vengono rilasciati 2629 ex combattenti, che accettano di tornare alla vita civile in cambio della grazia, con buona pace delle famiglie delle vittime, che chiedono giustizia dei massacri degli anni ‘90, ma che dovranno accontentarsi di un minimo risarcimento deciso da una Commissione ad hoc. Un colpo di spugna sul passato, che torna utile a tanti generali dell’esercito che, se la guerra fosse finita in tribunale, avrebbero potuto essere accusati di crimini contro l’umanità. L’atteggiamento riconciliatorio viene esteso anche ai salafiti e, il 6 gennaio di quest’anno, l’emiro Hassan Hattab, leader storico del gruppo, dichiara di essere disposto ad abbracciare il progetto di riconciliazione nazionale del presidente. Sembra che la contrapposizione tra salafiti e governo sia alla fine, ma qualcosa non funziona e, in un video diffuso su internet qualche giorno dopo, l'attuale leader del Gspc, Abdelmalek Droukdal, noto anche come Abu Musab Abdul Wadud, sconfessa Hattab e rilancia la ‘guerra santa’. “Agli algerini dico che i francesi e i loro alleati crociati sono alla nostra portata. Ci appelliamo all’emiro Osama bin Laden e aspettiamo le sue istruzioni”. I salafiti dunque, chiedono di entrare in al-Qaeda. Non è questa l’unica novità. La strategia del Gspc è sempre stata quella di agire nell’ombra, e mai prima di ora si era registrata una tale esposizione mediatica, con tanto di video del leader che parla con il kalashnikov vicino e tutta un’iconografia mediatica tipica di al-Qaeda.

un fotogrmma di un video di osama bin laden che esorta l'algeria alla jihadGemellaggio misterioso.
Ma la connessione non pare così evidente, in quanto i salafiti, contrariamente ad al-Qaeda, hanno sempre evitato obiettivi civili. Inoltre la loro lotta è sempre stata legata alla situazione interna algerina, mentre il 10 dicembre scorso, per la prima volta, il gruppo ha rivendicato un attacco contro un bus che trasportava dipendenti stranieri di un’azienda legata all’Hulliburton, lanciando la sfida agli interessi occidentali in Algeria. Il braccio destro di bin Laden, al-Zawahiri, benedice l’ingresso nella grande famiglia di al-Qaeda degli algerini e il Gspc, con un messaggio del 26 gennaio scorso, annuncia di aver cambiato nome in Organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb islamico. Il cerchio si chiude, anzi si allarga.
Tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, in Tunisia, l’esercito attacca un gruppo di guerriglieri che il governo definisce ‘salafiti legati al Gspc’, lasciando intendere che il gruppo ha esteso la propria influenza oltre confine. Lo sconfinamento sarebbe avvenuto anche verso sud, in Mali. Il 2 novembre scorso, l’Alleanza Democratica per il cambiamento, un gruppo armato Tuareg che si batte contro il governo di Bamako, annuncia di essersi scontrato con una cellula del Gspc, uccidendone il capo, Mokhtar Belmokhtar, nei pressi della cittadina maliana di Kidal. “Li ributteremo in Algeria, siamo obbligati ad attaccarli”, spiega ai giornalisti Eglasse Ag Idar, il portavoce del gruppo, “Ormai è guerra e, per vincere, siamo disposti a trattare con i governi del Mali e dell’Algeria”.
 
abdul - wadud, l'uomo che è ritenuto il nuovo capo dei salafiti algeriniIl conflitto si allarga. Anche i Tuareg scendono in campo per svariati motivi: in primo luogo il gruppo aveva firmato un accordo con il governo del Mali, grazie alla mediazione dell’Algeria e, in secondo luogo, i traffici illeciti che i Tuareg gestiscono in quella zona erano minacciati dall’interesse che la presenza del Gspc poteva suscitare nei vertici del Trans Sahara Counter Terrorism Iniziative (Tscti), e in questi casi è sempre meglio allearsi con il più forte. Ma cos’è il Tscti? Il Tscti è il nuovo nome del Pan-Sahel Iniziative, un programma del governo Usa in Africa. In origine, Washington si era impegnata a formare e armare la polizia e l’esercito di Ciad, Mali, Mauritania e Niger, per ‘combattere la diffusione del terrorismo islamico nella regione del Sahel’. Oggi il Tscti è esteso anche a Marocco, Tunisia, Algeria, Nigeria e Senegal. Lo stanziamento statunitense è arrivato a 100 milioni di dollari l’anno, per 5 anni, ed è partito a giugno 2005 con l’addestramento di 3mila uomini degli eserciti africani da parte di 2100 militari Usa. L’accordo conviene a tutti: i governi ottengono un lifting gratuito delle loro forze armate e gli Stati Uniti un caposaldo militare nel cuore dell’area che si affaccia sul Golfo di Guinea, una regione che, secondo gli analisti del mercato del petrolio, potrebbe soddisfare il 25 percento del fabbisogno petrolifero Usa entro il 2015.
La svolta ‘internazionalista’ del Gspc fa comodo a tutti insomma, in quanto la guerra al terrorismo vedrebbe aprirsi un nuovo fronte che giustificherebbe una militarizzazione della regione. E un nuovo mandato per il presidente algerino Bouteflika. Eletto nel ‘99 e riconfermato nel 2004, Boutef (come lo chiamano gli algerini) ha annunciato una riforma costituzionale che, secondo l’opposizione algerina, allungherà il mandato presidenziale ed eliminerà il tetto di due mandati, aumentando a dismisura i poteri del Presidente. Non tutto il male viene per nuocere insomma, almeno per l’attuale esecutivo di Algeri. 

Christian Elia

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