13/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



12 morti nell’attentato di Bikfaya, alla vigilia delle commemorazioni dell’omicidio di Hariri
Due autobus, uno dietro l’altro, anneriti dalle fiamme e accartocciati sul retro dalla violenza delle esplosioni. Sotto la pioggia di questa mattina, il sangue e le membra umane sparse per la strada raccontano il dramma delle ennesime vite spezzate dalla crisi libanese e l’azione delle misteriose mani che vogliono spingere il paese dei cedri verso il precipizio.
 
L’attentato. L’attentato di oggi è accaduto a Ein Alaq, non lontano dalla città di Bikfaya, a mezz’ora di auto da Beirut. Sui bus si trovavano lavoratori della cittadina a maggioranza cristiana, che si stavano recando a lavorare nella capitale. Ma insieme a loro c’erano due bombe o, forse, due attentatori suicidi. Un esplosione sul primo autobus e poi, mentre accorrevano i soccorsi, l’arrivo del secondo bus e un’esplosione anche su quello. Momenti di panico e il viavai delle ambulanze, mentre il bilancio delle vittime cresceva rapidamente: tre morti, sette, nove e infine dodici, assieme a dieci feriti. La televisione libanese sta mandando in onda le immagini della scena dell’attentato, alternate dalle reazioni dei politici, primo tra tutti l’ex presidente Amin Gemayel, originario di Bikfaya e padre dell’ex ministro Pierre Gemayel, ultima vittima della serie di omicidi –mai rivendicati- iniziata il 14 febbraio 2005 con l’assassinio di Rafiq Hariri. Questo attentato è opera di “mani straniere” ha dichiarato Gemayel alla radio libanese, spiegando che “i libanesi non uccidono i libanesi”. “La maledizione sul Libano non è finita –gli ha fatto eco Karim Pakradouni, uno dei capi del partito falangista- Nel mondo i messaggi politici sono riferiti verbalmente o per scritto. In Libano vengono scritti col sangue”.
 
La bara di Hariri in piazza dei martiriHariri. Dalla morte dell’ex premier Hariri sono 15 le personalità politiche e del mondo dell’informazione rimaste vittime di attentati, e quello di oggi è un sinistro presagio in vista del secondo anniversario di quel 14 febbraio. Lo dicono esplicitamente i rappresentanti anti-siriani della coalizione del 14 marzo al governo: “questo attentato terrorista mira a rovinare il secondo anniversario dell’assassinio del martire Hariri“ ha dichiarato Samir Franjieh, “questo attacco vuole terrorizzare la gente che si prepara a commemorare l’assassinio di Hariri” concorda il druso Walid Jumblatt, che ha aggiunto “non ho prove tangibili, ma stanno mandando un messaggio”. Come dopo ogni attacco terrorista negli ultimi due anni, gli indici dei membri del governo libanese retto dal premier Seniora puntano tutti a est, verso Damasco, che ha subito negato qualsiasi coinvolgimento.
 
Piazza dei martiri. La commemorazione per Hariri resta programmata per domani. Le forze al governo, la cosiddetta coalizione anti-siriana, vogliono portare migliaia di persone in piazza dei Martiri, il luogo, nel centro barricato di Beirut, dove dal primo dicembre sono accampate le opposizioni guidate da Hezbollah, Amal e Aoun. Più volte i rappresentanti del governo hanno chiesto di liberare la piazza, ma le opposizioni hanno sempre risposto di voler proseguire l’occupazione ad oltranza, fino alle dimissioni del premier Seniora. Domani piazza dei martiri sarà invasa, ma non è detto che l’incontro tra opposizioni e maggioranza debba per forza essere esplosivo. Hariri era un politico benvoluto e rispettato anche da Hezbollah: a pochi metri dalla tendopoli delle forze dell’8 marzo, infatti, si trova il tendone dove il suo feretro viene custodito, di fronte alla “corniche” di Beirut, il lungomare dove venne Hariri assassinato. Il mese scorso le forze dell’opposizione guidata da Hezbollah organizzarono proteste e scioperi in tutto il paese, provocando la reazione dei partiti al governo che mobilitarono le proprie milizie per contrastarli. La situazione non degenerò anche grazie all’intervento dell’esercito libanese, ma nove persone persero la vita.
 

Naoki Tomasini

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