La situazione nel paese caraibico continua a peggiorare nonostante la presenza Onu
Instabilità è l’unica parola che riesce a dare l’idea della situazione nell’isola
di Haiti.
C’è instabilità politica: il presidente Preval è sempre sotto osservazione e
ogni momento è buono per attaccarlo. C’è instabilità sociale: i sequestri e le
sparatorie, oltre agli omicidi, rendono difficile la vita alla popolazione. Eppure,
nonostante tutto, si è intravisto un miglioramento nella situazione economica
del paese (il più povero del continente Americano).
Gli incidenti degli ultimi giorni. A complicare la situazione già di per sé disastrosa i continui interventi della
forza di pace delle nazioni unite che nelle baraccopoli della capitale tentano
in tutti i modi di debellare la piaga della delinquenza, dei traffici illeciti,
della legge del più forte.
Anche lo scorso week-end, come avviene da qualche settimana circa 700 peacekeepers
Onu sono entrati con la forza nel quartiere ghetto di Citè Soleil (l’enorme baraccopoli
da 300mila abitanti nel cuore della capitale, Port au Prince), causando la morte
di tre persone: due ribelli appartenenti alle gang che controllano la bidonville
e una donna.
Pare addirittura che la donna sia stata raggiunta inavvertitamente da diversi
colpi di pistola e sia morta solo dopo il suo arrivo presso le strutture sanitarie
della città.
Con il passare delle ore anche il bilancio dei feriti è andato aumentando: in
totale sono stati sette.
Dal comando della Minustah (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite)
confermano che due dei sette feriti sono soldati della missione di pace, uno di
origine boliviana e uno brasiliano. Entrambi sono stati curati per le ferite da
arma da fuoco riportate durante la violenta sparatoria con i ribelli fedelissimi
dell’ex presidente Aristide.
Gli avvenimenti del passato. C’è confusione un po’ ovunque e la popolazione, terrorizzata dalle vicende
quotidiane, è in balia degli eventi. La riprova è stata la manifestazione che
il 7 febbraio (giorno della caduta del tiranno Baby Doc Douvalier) è stata messa
in scena da diversi gruppi del movimento Lavalas, fedeli all’ex presidente Aristide.
Hanno manifestato dopo aver sventolato ai quattro venti le loro intenzioni. Fortunatamente,
però, non si sono verificati scontri e tutto è filato via liscio sotto l’occhio
vigile ma discreto delle forze dell’ordine.
La manifestazione, che ha avuto una eco internazionale (diverse manifestazioni
di protesta si sono svolte in alcune città europee), ha visto la partecipazione
di centinaia di fedelissimi del Fanmi Lavalas.
Pacificamente, dopo aver attraversato mezza città, i manifestanti si sono radunati
davanti alla sede della presidenza e hanno chiesto il rientro in patria del loro
leader, Jean Bertrande Aristide, e di tutti gli esuli politici, la liberazione
di tutti i detenuti politici, e il ritiro dei soldati delle Nazioni Unite.
Il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, intanto, ha tempo ancora tre giorni
per di decidere l’eventuale (ormai sembra scontato) prolungamento della missione.
La Minustah conta su più di 8000 soldati presenti sull’isola, agli ordini del
generale brasiliano Carlos Alberto Do Santos Cruz.