13/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La situazione nel paese caraibico continua a peggiorare nonostante la presenza Onu
 
Instabilità è l’unica parola che riesce a dare l’idea della situazione nell’isola di Haiti.
C’è instabilità politica: il presidente Preval è sempre sotto osservazione e ogni momento è buono per attaccarlo. C’è instabilità sociale: i sequestri e le sparatorie, oltre agli omicidi, rendono difficile la vita alla popolazione. Eppure, nonostante tutto, si è intravisto un miglioramento nella situazione economica del paese (il più povero del continente Americano).
 
Una manifestazione dei fedelissimi dell'ex presidente Aristide (foto di repertorio)Gli incidenti degli ultimi giorni. A complicare la situazione già di per sé disastrosa i continui interventi della forza di pace delle nazioni unite che nelle baraccopoli della capitale tentano in tutti i modi di debellare la piaga della delinquenza, dei traffici illeciti, della legge del più forte.
Anche lo scorso week-end, come avviene da qualche settimana circa 700 peacekeepers Onu sono entrati con la forza nel quartiere ghetto di Citè Soleil (l’enorme baraccopoli da 300mila abitanti nel cuore della capitale, Port au Prince), causando la morte di tre persone: due ribelli appartenenti alle gang che controllano la bidonville e una donna.
Pare addirittura che la donna sia stata raggiunta inavvertitamente da diversi colpi di pistola e sia morta solo dopo il suo arrivo presso le strutture sanitarie della città.
Con il passare delle ore anche il bilancio dei feriti è andato aumentando: in totale sono stati sette.
Dal comando della Minustah (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite) confermano che due dei sette feriti sono soldati della missione di pace, uno di origine boliviana e uno brasiliano. Entrambi sono stati curati per le ferite da arma da fuoco riportate durante la violenta sparatoria con i ribelli fedelissimi dell’ex presidente Aristide.
 
Le manifestazioni pro-haitiani nelle capitali mondiali (foto repertorio)Gli avvenimenti del passato. C’è confusione un po’ ovunque e la popolazione, terrorizzata dalle  vicende quotidiane, è in balia degli eventi. La riprova è stata la manifestazione che il 7 febbraio (giorno della caduta del tiranno Baby Doc Douvalier) è stata messa in scena da diversi gruppi del movimento Lavalas, fedeli all’ex presidente Aristide. Hanno manifestato dopo aver sventolato ai quattro venti le loro intenzioni. Fortunatamente, però, non si sono verificati scontri e tutto è filato via liscio sotto l’occhio vigile ma discreto delle forze dell’ordine.
La manifestazione, che ha avuto una eco internazionale (diverse manifestazioni di protesta si sono svolte in alcune città europee), ha visto la partecipazione di centinaia di fedelissimi del Fanmi Lavalas.
Pacificamente, dopo aver attraversato mezza città, i manifestanti si sono radunati davanti alla sede della presidenza e hanno chiesto il rientro in patria del loro leader, Jean Bertrande Aristide, e di tutti gli esuli politici, la liberazione di tutti i detenuti politici, e il ritiro dei soldati delle Nazioni Unite.
Il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, intanto, ha tempo ancora tre giorni per di decidere l’eventuale (ormai sembra scontato) prolungamento della missione.
La Minustah conta su più di 8000 soldati  presenti sull’isola, agli ordini del generale brasiliano Carlos Alberto Do Santos Cruz.
 

Alessandro Grandi

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