Le proposte portate a Pristina e Belgrado da Ahtisaari significano indipendenza
per il Kosovo?
Il pacchetto Ahtisaari costituisce un primo e significativo passo in quella direzione.
Detto questo, non bisogna dimenticare che in Kosovo si sono create in questi anni
aspettative enormi verso l’indipendenza come atto unico, definitivo, come una
data in cui le speranze accumulate diventano realtà, cosa che io ritengo poco
realistica. L’indipendenza sarà un processo di cui la proposta Ahtisaari è una
tappa importante, ma a prescindere dagli atti formali, la comunità internazionale
rimarrà ancora a lungo nella regione. Questo significa che i poteri del governo
locale saranno ampliati, ma avranno ancora delle limitazioni considerevoli, anche
nel caso in il pacchetto Ahtisaari dovesse essere approvato in sede Onu così com’è.
Ritiene che la proposta possa subire delle modifiche sostanziali durante la fase
di negoziati che precederà la presentazione definitiva del piano al Consiglio
di Sicurezza?
Le possibilità per le delegazioni di Pristina e Belgrado di influenzare l’ulteriore
elaborazione del documento mi sembrano minime. Queste potranno soltanto fare proposte,
esprimere pareri e prevedibilmente sottolineare riserve. Se ci spostiamo a livello
del Gruppo di Contatto però, potrebbero effettivamente avvenire modifiche, con
le quali i paesi occidentali potrebbero provare ad ammorbidire la posizione della
Russia e a rendere accettabile il documento in sede Onu anche a Mosca. In questa
prospettiva, i cambiamenti possibili possono essere soltanto negativi, se visti
dal punto di vista albanese kosovaro.
Pensa che la proposta di Ahtisaari sia bilanciata? Quali sono i suoi punti più
critici?
La proposta è bilanciata se analizzata dal punto di vista della comunità internazionale,
che da una parte ha tolto il Kosovo dalla sovranità serba e dà alla regione la
possibilità di autoregolarsi e dotarsi dei principali attributi statuali, e dall’altra
prevede che la comunità serbo-kosovara sia legata e dipendente il meno possibile
alle istituzioni centrali di Pristina. I punti più critici sono quelli legati
alla decentramento, ma anche alla protezione dei siti del patrimonio culturale
e storico della comunità serba, che, a mio parere, non è avversata dalla comunità
albanese in sé, ma potrebbe portare a problemi nel caso in cui all’interno delle
aree protette vengano a trovarsi anche edifici o elementi culturali e storici
della maggioranza. In quel caso, come regolare l’accesso alle zone in questione?
Da parte albanese si critica il piano di decentramento per due ragioni: il controllo
sul territorio che verrebbe esercitato da parte serba e il rischio che la comunità
serba possa non integrarsi mai nel futuro Kosovo. Qual è la sua opinione a riguardo?
Credo che queste preoccupazioni abbiano basi concrete. La classe politica albanese-kosovara
ha accettato il piano di decentramento come il prezzo da pagare per ottenere l’indipendenza,
e in un certo senso, resta da vedere se si tratti di un prezzo troppo alto. Se
Belgrado rimarrà sulle stesse posizioni, è probabile che userà il decentramento
per rendere la vita del Kosovo, ma di riflesso anche quella dei serbi che ci vivono,
il più difficile possibile. Ci sono poi una serie di garanzie, come la possibilità
di ricevere finanziamenti da Belgrado per le comunità serbe che, pur essendo accettabili
in linea di principio, possono bloccare sul nascere la futura nascita di un sentimento
di lealtà delle stesse verso le istituzioni centrali del Kosovo. Se Belgrado e
Pristina rimarranno in lotta per la lealtà dei serbi del Kosovo, per Pristina
sarà molto difficile spuntarla, a prescindere dalla politica che porterà avanti
nei confronti della minoranza serba.
Ma cosa dovrà succedere, e cosa dovrà essere fatto perché la comunità serba possa
iniziare a sentirsi parte di un Kosovo non più sotto sovranità serba?
In questi giorni per le strade del Kosovo non si è assistito a nessuna manifestazione
di giubilo da parte albanese, e questo non solo perché il pacchetto Ahtisaari
non soddisfa tutte le richieste presentate, ma anche e soprattutto perché la classe
politica teme che un entusiasmo eccessivo possa essere avvertito dalla comunità
serba come una minaccia. Credo, però, che all’inizio una sorta di shock per i
serbi del Kosovo sia inevitabile, uno shock che durerà finche non si renderanno
conto che la situazione è cambiata e che, nonostante il continuare della presenza
internazionale, dovranno iniziare a lottare costruttivamente con la maggioranza
per difendere i propri diritti, ma all’interno di istituzioni nuove. Io credo
che ci siano già persone e organizzazioni politiche tra i serbi del Kosovo pronte
a farlo.
Ritiene che il rischio di una divisione del Kosovo sia reale?
Non credo possibile una divisione che venga sancita su base legale, ma il pericolo
di una divisione de facto della regione non può essere escluso. Il rischio è che
il fossato, soprattutto con la regione a nord di Mitrovica, possa diventare ancora
più profondo, anche perché in tutti questi anni le istituzioni internazionali
non hanno mostrato nessuna vera volontà politica per l’integrazione del nord,
limitandosi a conservare lo status quo e a lasciare la regione in una specie di
limbo.
Hai detto che le delegazioni di Belgrado e Pristina non hanno avuto molto spazio
di manovra durante i negoziati. Credi quindi che le critiche rivolte da alcune
frange all’incapacità della classe politica albanese-kosovara di ottenere di più
siano prive di fondamento?
Penso che la comunità internazionale avesse fin dall’inizio un’idea abbastanza
chiara di quello che voleva per il Kosovo, e che il processo di discussione sia
in realtà stato un tentativo di portare le due parti quanto più vicine possibile
a quel tipo di soluzione, attraverso un processo che potremmo definire di “negoziato
arbitrale”. A Vienna lo Unity Team ha portato molte proposte, anche sulla decentralizzazione,
a differenza della delegazione serba che si è chiusa in posizione esclusivamente
difensiva. Qui in Kosovo, però, questa stessa classe politica ha fallito nel guadagnarsi
la piena fiducia dell’amministrazione internazionale, che non è ancora sicura
che i principi espressi sul tavolo negoziale saranno poi effettivamente rispettati,
ad esempio per quanto riguarda il rispetto delle minoranze. La fiducia è stata
poi ulteriormente minata dall’alto grado di corruzione, che è probabilmente il
motivo principale per la rinnovata presenza con forti poteri di un’amministrazione
internazionale in Kosovo. Per finire, la classe politica non è riuscita a comunicare
in modo trasparente ai cittadini del Kosovo quello che stava succedendo realmente,
evitando di prendersi la responsabilità di dire alla gente che le aspettative
accumulate erano troppo alte.
Da più parti è stato paventato il rischio che il Kosovo possa diventare uno stato
fallito. E’ uno scenario possibile? La proposta di Ahtisaari crea le basi per
un’amministrazione funzionale del Kosovo?
Di certo il pacchetto Ahtisaari crea un’amministrazione complessa e dotata di
ampi poteri reali, che ha la possibilità e dovrà prendersi la responsabilità di
mostrare quanto vale. Non credo che lo scenario del Kosovo come stato fallito
sia possibile, almeno nel significato più profondo dell’espressione, anche perché
la comunità internazionale rimarrà qui ancora a lungo, con ampi poteri per combattere
la corruzione e la criminalità organizzata. Fino ad oggi molto spesso non lo ha
fatto, sia per avere potere di ricatto che per paura di destabilizzare la regione.
Il pacchetto Ahtisaari gli garantisce mano libera nel campo della lotta alla criminalità,
e un’azione decisa in questa direzione avrebbe il pieno appoggio dei cittadini
kosovari. Se non vorrà agire, allora il fallimento non sarà soltanto quello del
Kosovo.