09/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Amnesty chiede un giusto processo per due detenuti politici saharawi in Marocco
Brahim Sabbar e Ahmed Sbai, due attivisti saharawi, saranno processati in questi giorni con l’accusa di “appartenere a un’associazione non autorizzata dedita all’incitamento ad attività violente di protesta” contro l’amministrazione marocchina del Sahara Occidentale. Amnesty International, il 5 febbraio scorso, ha pubblicato un dossier sul loro caso, invitando il governo di Rabat a garantire ai due imputati un equo processo.
 
una cella della famigerata carcel negra di l'aaiunL’ennesima brutta storia. Le speranze però che questo accada sono minime e basta raccogliere anche solo i dati recenti per tracciare un quadro di costante violazione dei diritti umani e civili della popolazione saharawi, gli abitanti del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola occupata dalle truppe marocchine a metà degli anni Settanta. Sabbar e Sbai, rispettivamente segretario generale e militante dell’Associazione Saharawi delle Vittime delle Violazioni dei Diritti Umani (Asvdh), vennero arrestati il 17 giugno 2006, a un posto di blocco della polizia marocchina alle porte della cittadina L’Aaiun, mentre tornavano dall’inaugurazione di una sede della loro associazione nella località di Boujdour. Il rapporto di Amnesty sottolinea la coincidenza dell’arresto con la pubblicazione, da parte dell’Asvdh, di una denuncia di 121 pagine nelle quali venivano descritte detenzioni arbitrarie, torture e abusi da parte della polizia marocchina ai danni di detenuti saharawi.
Questo elemento ha spinto Amnesty a ritenere l’arresto un caso esemplare della persecuzione subita dagli attivisti, che rivendicano il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, pur sancito dalle Nazioni Unite in più occasioni. L’Onu ha fissato in un referendum lo strumento di risoluzione del conflitto del Sahara Occidentale, ma l’ostruzionismo del governo marocchino ha sempre reso impossibile il voto.
 
una famiglia saharawiUn ingiusto processo. Nel caso di Sabbar, siamo già al secondo processo, in quanto un primo procedimento, per aggressione a pubblico ufficiale fu celebrato subito dopo il suo arresto. Sabbar, che si è sempre proclamato innocente, venne condannato a due anni di carcere e, assieme a lui, furono condannati in prima istanza anche Ahmed Sbai e altri due militanti dell’Asvdh che viaggiavano con loro. Le condanne vennero confermate in appello il 20 luglio 2006. In nessuno dei due procedimenti, secondo Amnesty, vennero ascoltati testimoni chiave della difesa. Brahim Sabbar ed Ahmed Sbai, detenuti nel famigerato carcere di L’Aaiun, chiamato ‘Carcel Negra’, il 4 settembre 2006 iniziarono uno sciopero della fame, per protestare contro il rifiuto del governo marocchino di rispondere alle loro richieste. Hanno sospeso lo sciopero a ottobre scorso, a causa delle gravi condizioni di salute di entrambi. Ma i due attivisti, che già in passato avevano conosciuto le prigioni marocchine, sempre con accuse inerenti alla loro attività politica, hanno di nuovo cessato di nutrirsi il 30 gennaio 2007, per gli abusi che sostenevano di aver subito durante la detenzione. Una missione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, che aveva visitato i detenuti politici saharawi nel maggio del 2006, ha rivelato una serie di abusi commessi dalla polizia marocchina, ma senza riuscire a ottenere nulla dal governo di Rabat.
Visti i precedenti, non sono molte le speranze che Sbai e Sabbar possano ricevere un giusto processo, ma i loro sono solo gli ultimi due casi di una repressione che, secondo le principali organizzazioni internazionali che si battono per il rispetto dei diritti umani, dopo un periodo di relativa calma, la polizia marocchina ha intensificato nell’ultimo anno e mezzo. 

Christian Elia

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