16/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



“La Parmalat Nicaragua è antisindacale”. La testimonianza di chi è stato cacciato
La grave situazione sindacale dei lavoratori della Parmalat Nicaragua torna alla ribalta della cronaca dopo l’ennesimo sopruso. Il responsabile delle Risorse Umane Parmalat ha licenziato in tronco Luis Mejia Gòmez, Carlos Sanarrucia e Horacio Ramòn Payàn, perché rispettivamente segretario generale, segretario di organizzazione e fondatore di un organismo sindacale. Un episodio che va ad appesantire la situazione di un Paese che già sta vivendo uno scandalo istituzionale. Per la prima volta nella storia del Nicaragua, infatti, un'istituzione dello Stato ha chiesto ufficialmente la destituzione di un Presidente della Repubblica. La Contraloria General de la Republica, Corte de Conti, ha presentato alla Asamblea Nacional la richiesta di destituire Enrique Bolaños perché si è rifiutato di fornire informazioni sull'origine dei fondi spesi durante la sua campagna elettorale del 2001. E il Parlamento di Managua ha detto sì. Così una commissione apposita valuterà le accuse e deciderà il da farsi.

I guai per il lavoratori di Parmalat Nicaragua cominciano nel dicembre 2003 quando, Aldo Camorani, il dirigente dell’epoca, su richiesta di Tanzi, chiede alle banche nicaraguensi un prestito di 6 milioni di dollari da inviare in Italia. La Parmalat, che nel 1999 aveva assorbito l’impresa nazionale La Perfecta acquisendo quindi nel Paese una sorta di monopolio rispetto la distribuzione del latte (con l’80% della produzione) per arginare la crisi finanziaria licenzia dunque 300 lavoratori dei 900 assunti. E tutto questo senza che uno straccio di sindacato possa intervenire. Nonostante sia la legge italiana che quella nicaraguense prevedano la libertà di costituire un sindacato interno, i lavoratori nicaraguesi non sono mai riusciti a fondarlo. Il primo tentativo nel 1999 venne stroncato da Camorani e provocò il licenziamento di circa 40 lavoratori che avevano cercato di costituire una cellula interna e la paura bloccò tutti gli altri.

Dopo una fase di commissariamento, ai primi di settembre il Commissario Enrico Bondi riesce ad imporre la nomina di Vincenzo Borgogna come nuovo dirigente Parmalat Nicaragua. Di fronte ad una situazione di forte instabilità dell’impresa e a voci che vedono una possibile acquisizione da parte di Nestlè (altra multinazionale che più volte ha dimostrato il suo comportamento antisindacale), circa ottanta lavoratori si riuniscono clandestinamente in assemblea il 4 settembre ed eleggono i propri rappresentanti sindacali. 
  Il 7 settembre la responsabile delle Risorse Umane Parmalat licenzia in tronco il Segretario generale Luis Mejia Gòmez, il Segretario di Organizzazione Carlos Sanarrucia e uno dei firmatari della nuova organizzazione sindacale, Horacio Ramòn Payàn. Borgogna approva il licenziamento giustificandolo col fatto che in un momento di crisi non ci si può organizzare sindacalmente.
 



Ascoltiamo la testimonianza di Sanarrucia.

Ha 51 anni, sposato e con otto figli. Sono 19 anni e mezzo che lavora nel settore latteo, da quando l’impresa si chiamava La Perfecta ed era di proprietà della famiglia Llanes.
Lo scorso 7 settembre è appunto stato licenziato. La causa? Essere il segretario di organizzazione del Sindacato dei Lavoratori.

“Sono entrato a lavorare nell’impresa durante il governo sandinista nel 1985 e mi sono affiliato al sindacato, poi è arrivata la Parmalat nel 1997. In quel tempo il sindacato attraversava un momento difficile. Con l’amministrazione italiana abbiamo cercato di riorganizzare il consiglio di fabbrica e il risultato fu di vari lavoratori licenziati.
Lo stesso accadde quando ci provammo una seconda volta. Questa seconda volta, oltre ai licenziamenti, cominciò una caccia alle streghe contro i sindacalisti e con il pretesto della instabilità economica realizzarono una "ristrutturazione" licenziando circa 200 lavoratori. Sembra che per la Parmalat la parola sindacato sia una brutta parola.

Com’era la situazione prima che arrivasse la Parmalat?
Nonostante i cambiamenti politici dopo il 1990 avessero avuto ripercussioni in fabbrica, come lavoratori avevamo una serie di benefici: prestiti personali, aiuti in caso di malattia o di decesso di famigliari, beni alimentari primari, bevande durante le pause e la mensa. Tutto questo venne eliminato e tutti quelli che provarono a formare una rappresentanza sindacale vennero licenziati.

Malgrado questo lo scorso 4 settembre siete riusciti a formare questa rappresentanza sindacale.
Sì, ma la risposta dell’impresa è stata la stessa: ha licenziato circa 30 persone che avevano deciso di fare parte della struttura sindacale. Inoltre stanno per affidare a terzi l’officina di meccanica automotrice, tornio, saldatura e manutenzione dell’edificio. Ad alcuni hanno proposto di tornare a lavorare, ma come precari e quindi senza un rapporto diretto con la Parmalat. Hanno già fatto lo stesso con gli ausiliari delle vendite che hanno licenziato. Adesso c’è un’impresa con un altro nome.

Che cosa avete pensato quando l’impresa è passata alla Parmalat?
Essendo una multinazionale, un "mostro" come diciamo in Nicaragua, con filiali in tutto il mondo, ci aspettavamo dei miglioramenti. E invece è stato il contrario ed abbiamo perso tutto quanto avevamo ottenuto con le nostre lotte. Dopo tre anni hanno costruito una mensa, ma solo la stanza. Ogni lavoratore, infatti, deve continuare a portarsi il cibo da casa. Prima ci davano qualcosa da bere due volte al giorno, alle dieci e alle tre del pomerig gio. Ma con l’arrivo degli italiani tutto è finito.

Quando ti hanno comunicato che eri stato licenziato?
E’ stato il 7 settembre alle dieci di mattina. Il caporeparto mi ha detto che dovevo presentarmi nell’Ufficio del Personale. Una volta lì mi hanno notificato la cancellazione del contratto di lavoro con una lettera della Responsabile del Personale, Norma Medina Urbina. Mi hanno anche detto che dovevo consegnare tutta l’attrezzatura, l’uniforme e la tessera d’identificazione. E’ stato a questo punto che mi hanno chiesto se sapevo già perché venivo licenziato ed io ho risposto che non lo sapevo.

Chi ti ha fatto questa domanda?
La Dott.ssa Marta Guzmàn.

La lettera di licenziamento non l’hai firmata sul momento?
No, l’ho fatto più tardi. I compagni della Federazione dell’Alimentazione mi avevano consigliato di aspettare. C’è stato un momento in cui la Guzmàn mi ha detto perfino che non mi avrebbero licenziato, ma dopo avermi visto parlare con l’altro lavoratore già licenziato il giorno prima (Luis Manuel Mejìa – Segretario generale del Sindacato) è tornata sulla prima decisione.

E’ andata proprio così?
Sì. Dopo essere stato licenziato, Luis Manuel è venuto al reparto di manutenzione industriale dove lavoravo. Mentre stavamo parlando sono passati Vincenzo Borgogna, direttore generale dell’impresa, e Norma Medina e ci hanno visti.

Tu hai firmato la lettera di licenziamento, ma non hai ricevuto niente per le prestazioni?
E’ proprio così ed è anche per questo che è stata commessa un’ingiustizia e devo lottare per essere reintegrato al posto di lavoro.

Che cosa hai provato quando hai consegnato i tuoi attrezzi e le altre cose prima di abbandonare la fabbrica?
Dopo quasi 20 anni la fabbrica era uno spazio importante nella mia vita e ancora di più quando il lavoro ti piace. Me ne sono andato però con la soddisfazione di aver formato finalmente una struttura sindacale, perché in un’impresa senza un’organizzazione sindacale e ancora di più se è una multinazionale, i lavoratori perderanno sempre.

Subito dopo i licenziamenti, il sindacato nicaraguense dell’alimentazione appoggiato dalla Uita, Union Internacional de Trabajadores de la Alimentaciòn, ha immediatamente presentato i documenti al Ministero del Lavoro per il riconoscimento del consiglio di fabbrica anche se la legge lo tutelava già dal momento in cui l’assemblea aveva votato la sua formazione.
A livello internazionale la UITA (Unione Internazionale delle Associazioni di lavoratori nei settori alimentazione, agricoltura, alberghi, ristoranti, catering, tabacco ed affini), ha lanciato una campagna di pressione sulla Parmalat.
La Uita, nella figura del suo rappresentante in Nicaragua, Marcial Cabrera, ha chiesto che anche in Italia si formi un movimento di protesta affinché si rispettino i diritti sindacali in Nicaragua e chiede una presa di posizione da parte del sindacato italiano, in particolare del settore alimentare.
L’Associazione Italia Nicaragua, interpellata direttamente da Cabrera, ha lanciato una campagna di pressione sulla Parmalat affinché i lavoratori licenziati vengano riassunti e perché venga consentita la formazione del sindacato interno.

Stella Spinelli

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità