In missione in Venezuela, 45 medici cubani fuggono dall'isola caraibica, ma al momento nessuno li vuole
scritto per noi da
Rocco Vazzana

Quarantacinque cittadini cubani, tra medici e personale sanitario, approfittando
di un permesso di lavoro in Venezuela, sono fuggiti da Cuba chiedendo lo status
di rifugiati politici al governo colombiano.
La fuga. Trentotto medici e sette operatori del settore sanitario e sportivo, in Venezuela
grazie a un permesso fornito dal governo cubano per prestatre servizio nelle missioni
“Barrio Adentro” (programma che richiede le prestazioni di dentisti), “Barrio
Adentro Deportivo” (allenatori e fisioterapisti) e “Milagro” (oculisti), sono
fuggiti in Colombia chiedendo di essere considerati rifugiati politici. I medici,
che lavoravano nelle zone rurali del Venezuela, in virtù di un accordo economico
tra l’Avana e Caracas, hanno raggiunto la Colombia via terra o a bordo di aeroplani,
provvisti di regolare passaporto. Il loro reale obiettivo è quello di poter ottenere
asilo politico negli Stati Uniti, dove già è presente una forte comunità di esuli
anticastristi.
Brutte notizie. Al momento però, il governo di Washington ha negato l’assenso all’ingresso dei
quarantacinque cubani nel suo territorio, sostenendo che prima di concedere asilo
politico sia necessario seguire un iter burocratico molto lungo. Dal canto loro,
le autorità di Bogotà, che ancora stanno valutando il caso, dicono che i medici
fuggiti dal Venezuela potranno rimanere in Colombia per un periodo di sei mesi,
visto che sono in possesso di documenti di identità validi. L’ambasciata cubana
sembra essere stupita dalla notizia. “Nessuno di loro ha contattato la nostra
ambasciata, né sappiamo nulla sulla questione”, ha riferito una fonte cubana presente
nel paese. Anche un funzionario dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per
i Rifugiati Politici in Colombia (Acnur) dice di non essere a conoscenza delle
notizie diramate dalla stampa locale sul conto dei cittadini cubani, e in ogni
caso, esclude l’ipotesi che la sua delegazione possa occuparsi di casi in esame.
A quanto pare, sulla questione, le diverse autorità competenti non hanno intenzione
di esporsi troppo. I fuggitivi erano certi di poter contare sull’appoggio statunitense.
In agosto, infatti, all’indomani del passaggio di consegne da Fidel a Raul Castro,
l’amministrazione Bush aveva approvato un piano per facilitare l’ingresso negli
Stati Uniti a tutti i medici cubani che fuggivano dall’isola caraibica.
L'indignazione. Gli esuli dissidenti presenti in Florida, che avevano accolto con entusiasmo
il provvedimento del governo nordamericano, adesso si sentono beffati. Julio Cesar
Alfonso, presidente dell’organizzazione cubana “Solidarietà senza frontiere”,
con sede a Miami, assicura un sostegno economico e legale a favore del personale
medico in fuga, ma denuncia la decisione statunitense di prender tempo sulla questione.
“La legge approvata in agosto”, ha detto Alfonso, “per me è una legge fittizia.
Non esistono giustificazioni per questo ritardo, le richieste d’asilo dovranno
trovare risposta entro tre mesi. Queste persone vivono in un limbo migratorio,
non hanno la possibilità di condurre una vita normale, non possono neanche lavorare
senza il permesso del governo colombiano. E’ una situazione molto precaria”.
In attesa di conoscere il loro destino, i cubani che hanno abbandonato le missioni
mediche venezuelane nella speranza di raggiungengere i loro connazionali a Miami,
si arrangiano con gli aiuti economici provenienti da amici e familiari. Non sembra
che in tempi brevi sia possibile risolvere la loro situazione. Se tutto rimanesse
invariato, il governo colombiano potrebbe anche decidere di rimpatriarli a Cuba.