Paraguay, un ex vescovo si candida alle presidenziali del 2008. Il Vaticano lo sospende "a divinis"
Quando Monsignor Fernando Armindo Lugo Mendez, importantissimo vescovo paraguayano,
ha deciso di ‘scendere in campo’ e candidarsi alle elezioni presidenziali del
2008, nei vertici ecclesiastici paraguayani, e non solo in quelli, si è scatenato
un inferno. “Mi offro alla politica per dare il mio contributo e costruire un
paese senza esclusioni”, aveva detto il monsignore, senza tener conto delle possibili
obiezioni della chiesa cattolica che ha invitato il vescovo a tornare sui suoi
passi, pena la scomunica.
La maggioranza della popolazione è con lui: in poche settimane sono state raccolte
100mila firme per candidarlo alla testa della coalizione Tekojoja, “Uguaglianza”
in lingua Guaranì, che potrebbe sottrarre il potere al Partido Colorado al timone
del Paraguay da sei decenni.
I fatti. Monsignor Lugo Mendez, 55 anni e una vita passata fra gli operai, i contadini
e in generale in mezzo ai diseredati del Paraguay, dopo aver deciso di mettersi
a disposizione del paese per cercare di risolverne i problemi, si è dovuto scontrare
con i divieti delle autorità ecclesiastiche che non hanno apprezzato la sua decisone
di darsi alla politica.
“In primo luogo bisogna specificare che esistono diversi gruppi sociali e alcuni
movimenti politici che mi hanno chiesto di candidarmi alla presidenza del paese
per il 2008 e io ho solo accettato”, racconta al telefono a PeaceReporter, Monsignor Lugo Mendez.
Appoggiato da un ventaglio di organizzazioni politiche e sociali ideologicamente
trasversali (si passa dal Partido Liberal Radical Autentico all’Union Nacional
de Ciudadanos Eticos per arrivare alla Democrazia Cristiana), unite sotto il
nome di Tekojoja (“uguaglianza”), e dato dai sondaggi come probabile vincitore
delle prossime presidenziali, Fernando Lugo ha deciso in piena autonomia di chiedere
alle istituzioni ecclesiastiche di ridurre la sua condizione allo stato laicale
in modo da potersi presentare alle elezioni senza problemi.
L’articolo 235 della costituzione del Paraguay, infatti, dice che “sono inidonei
ad essere candidati alla Presidenza della Repubblica o alla vicepresidenza i ministri
di qualsiasi religione o culto”.
Il divieto di Roma. Un vero inferno si è scatenato dopo aver appreso della decisione di Fernando
Lugo. Dal Vaticano, infatti, è arrivata subito la prima ammonizione e il consiglio
a Lugo di non proseguire nelle sue intenzioni politiche, pena la scomunica.
“Siete stato nominato vescovo dal Santo padre nel 1994 e avete accettato liberamente
la nomina e la consacrazione episcopale” si legge nella missiva inviata a dicembre
dal vaticano a Fernando Lugo. “Come Lei ben sa, la consacrazione episcopale imprime
nel vescovo il sacramento che lo configura interiormente come Cristo Buon Pastore,
per essere nella chiesa un maestro, un sacerdote, una guida spirituale. L’episcopato
è un servizio accettato liberamente e per sempre”.
Dagli avvertimenti in poco tempo si è passati ai fatti, e dalla Congregazione
dei Vescovi è arrivata la sospensione “a divinis”. Nella lettera ufficiale giunta
sul tavolo di Fernando Lugo e firmata dal Cardinale prefetto Giovan Battista Re
rilegge: “Considerando la sua intenzione a non rinunciare all’incarico espressa
il giorno di Natale, con sincero dolore compio il mio dovere infliggendo a Sua
eccellenza, la pena della sospensione ‘a divinis’, proibendole anche di esercitare
tutte le funzioni inerenti all’ufficio episcopale”.
Il programma. Il patto politico sottoscritto nei giorni scorsi dai gruppi dell’opposizione,
dai movimenti politici e dalle organizzazioni sociali è da molti stato definito
storico e innovativo e potrebbe dare nuova linfa al paese. Ventidue precisi punti
che vanno dalla rivoluzione agraria alla sovranità sulle risorse energetiche e
naturali del paese, alla politica monetaria e creditizia per lo sviluppo sociale,
per giungere al nodo della giustizia, da sempre tallone d’achille del Paraguay
che, come ci racconta Fernando Lugo: “In questo paese la giustizia non ha autonomia
e nemmeno indipendenza, dipende solo dai partiti politici. Dobbiamo trovare un
meccanismo per il quale i giudici rispondano solo alla legge e non alla politica”