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L’accordo. Lo scopo dei colloqui, mediati dal re saudita Abdullah Bin Abdulaziz, era quello
di riportare la calma nei territori, giunti sull’orlo di una guerra civile. Abu
Mazen sperava di convincere il capo dell’ufficio politico di Hamas ad aderire
all’iniziativa di pace del 2002, che contemplava il riconoscimento di Israele
e potrebbe porre fine all’embargo economico che ha strangolato il governo palestinese
dall’elezione di Hamas, nel gennaio scorso. “Siamo venuti per trovare un accordo
e non abbiamo altra scelta che trovarlo” ha dichiarato Meshaal prima dell’inizio
dei colloqui. E così è stato. I due capi palestinesi “hanno preso un grosso impegno
con la propria gente, davanti alla più preziosa reliquia della La Mecca, la sacra
Kabaa –ha commentato un giornalista saudita- la cosa ha un enorme significato”.
Israele. Durante il secondo giorno nella città più santa dell’Islam, i leader palestinesi
hanno discusso anche delle prospettive di accordi di pace con Israele. Meshaal
ha confermato la disponibilità di Hamas a riconoscere i precedenti accordi di
pace e il ruolo dell’Olp come mediatore, ma ha rifiutato di equiparare il rispetto
degli accordi a un esplicito riconoscimento di Israele. Da questo punto di vista
non ci sono stati progressi, perché Hamas sostiene la stessa posizione già da
mesi. Mercoledì il ministro degli Esteri israeliano Livni ha dichiarato che Tel
Aviv non accetterà un governo palestinese che non rinunciasse alla violenza e
riconoscesse il diritto all’esistenza di Israele. Una dichiarazione che mette
in guardia dall’eccessivo ottimismo: non è affatto detto che l’accordo de La Mecca
sarà considerato accettabile per Israele. La priorità però in questo momento è
quella di riportare la calma a Gaza e fermare lo spargimento del sangue palestinese.
In ogni caso, se i palestinesi saranno in grado di comporre un governo di unità
nazionale, è possibile che un incentivo a trattare con loro emerga dall’incontro
programmato per il 19 febbraio tra il premier israeliano Olmert e il segretario
di Stato Usa Rice.
Fratelli. A Gaza intanto la tregua regge da un paio di giorni, forse anche grazie all’aspettativa
per l’incontro dei leader in Arabia Saudita. Ma se anche non si combatte la gente
della Striscia continua a soffrire per la povertà e i disagi che sono esplosi
nel corso di un anno di embargo internazionale rendendo quasi impossibile la vita
dei palestinesi. In una casa di Gaza vivono due fratelli di 19 e 22 anni, il primo
è un fedelissimo di Fatah, l’altro di Hamas. Entrambi sono rimasti feriti nel
corso della stessa battaglia, iniziata alcuni giorni fa quando miliziani di Hamas
hanno attaccato l’abitazione di un capo di Fatah. I due, intervistati dal Jerusalem
Post, hanno giurato che non si sparerebbero mai a vicenda. “non è giusto che i
leader di Hamas e Fatah aumentino le distanze tra di noi” ha accusato il maggiore,
ammettendo di aspettarsi molto dai colloqui de La Mecca. Intanto però i due feriti
vengono tenuti in due piani diversi della casa per evitare che i rispettivi amici
in visita si incontrino e si mettano a combattere anche lì.Naoki Tomasini
Parole chiave: La Mecca, Abu Mazen, Khaled Meshaal re Abdullah Bin Abdulaziz, colloqui