
L’8 giugno del 2004 ha tutte le carte in regola per passare alla storia come
il giorno più importante della storia del piccolo e ricchissimo emirato del Qatar.
Certo c’è l’indipendenza dalla colonizzazione della Gran Bretagna dell’aprile
del 1970, ma questa volta si parla di una svolta che oltrepassa i confini dello
Stato del Golfo Persico per riflettere i suoi effetti su tutto il mondo arabo.
L’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, al potere dal 1995 dopo aver defenestrato
il padre, ha infatti promulgato, l’8 giugno scorso, la prima Costituzione scritta
del Paese. Dopo l’indipendenza era in vigore un testo provvisorio che ora viene
abrogato da quello deliberato da un’Assemblea Costituente nominata nel 1999. La
Carta Costituzionale, così come è stata pensata dai saggi dell’assemblea, è stata
sottoposta a referendum popolare nell’aprile del 2003 e ha raccolto un vero e
proprio trionfo: 97 per cento di voti favorevoli.
Il testo entrerà in vigore tra un anno, per dare il tempo all’apparato giudiziario
e burocratico di organizzarsi. Infatti il testo ha i toni della rivoluzione. La
Costituzione è in linea con tutte le principali convenzioni internazionali in
termini di diritti umani, sancisce la separazione dei poteri, riconosce le libertà
fondamentali dell’individuo come quella di culto e di manifestazione del pensiero
e, in un paragrafo, sancisce l’assoluta eguaglianza di tutti i cittadini, garantendo
pari opportunità a uomini e donne.
Già nel 1999, alle elezioni municipali, nell’emirato si era sperimentato il voto
a suffragio universale. La famiglia al-Thani ha fatto del riformismo in senso
moderno la sua bandiera, soprattutto rispetto ai diritti delle donne. In questo
senso è molto importante la figura di Mazah bin Nasser al-Misnad, la first-lady
anche se in realtà è la seconda delle tre mogli dell’emiro) che dirige una fondazione
che si occupa di istruzione e sanità, ma che rappresenta una mosca bianca nel
mondo islamico. Le compagne dei grandi leader della zona sono sconosciute ai più,
lei no. Molto fotografata e sempre in prima linea, ha recepito il fondamentale
consenso di tutta quella categorie di donne in carriera emerse in Qatar dal boom
economico dovuto al petrolio e al gas naturale, che vogliono emanciparsi in senso
arabo. Quindi partecipazione e diritti, ma non costumi o abitudini che non appartengono
alla loro cultura.
Le resistenze non mancano. In primo luogo la casta conservatrice religiosa di
confessione wahabita, che si oppone alle eccessive libertà concesse alle donne
(ad agosto di quest’anno al vertice dell’Università del Qatar è stata nominata
una donna) e all’unificazione in senso giudiziario della sharia con la Corte di
Giustizia: nell’agosto del 2004 infatti, l’emiro ha di fatto sottoposto il potere
religioso in termini di amministrazione della giustizia a quello amministrativo.
In secondo luogo bisogna vincere le diffidenze di alcuni rami della famiglia
reale che temono una perdita di potere nel Paese. La nuova Costituzione prevede
infatti la nomina di un Parlamento di 45 membri, 30 eletti e solo 15 di nomina
regia, che avrà potere d’inchiesta e censura in tutte le materie che l’esecutivo
(che rimane in mano alla famiglia dell’emiro) tratta, la più importante delle
quali è il bilancio.
La stragrande maggioranza della popolazione è al fianco dell’emiro però. Al-Thani
si è guadagnato, con la sua politica riformista, l’ammirazione dei paesi ricchi.
Risolti i problemi legati alla guerra con il Bahrain del 1986, il Paese si è sempre
segnalato per la moderazione delle sue posizioni, arrivando a svolgere un vero
e proprio ruolo di mediazione pacifica dei conflitti come quelli tra Marocco e
Sahara Occidentale o quello tra Somalia ed Etiopia. Gli Stati Uniti si fidano
a tal punto della stabilità del Paese da insediarvi la sede del CENTCOM, il comando
militare delle forze armate Usa in Iraq.
Il Qatar ha un solo nemico: l’Arabia Saudita. Il gruppo dirigente vicino alla
famiglia saudita dei Saud non ama la famiglia al-Thani e le sue riforme che rischiano
di accelerare il processo di conflitto interno all’Arabia Saudita tra la classe
dirigente preoccupata del fondamentalismo e la richiesta di riforme della monarchia
assoluta che vengono dal basso.
Soprattutto a Riad odiano al-Jazeera. La televisione satellitare in lingua araba
con sede a Doha viene ritenuta un megafono della politica estera del Qatar, tento
da non essere invitata all’Arab Media Summit, svoltosi a Dubai nel gennaio 2004.
Al-Jazeera (che in arabo significa la penisola nel senso di quella arabica) nasce
nel 1996 quando, grazie ad una generosa donazione dell’emiro al-Thani, un gruppo
di giornalisti fuoriusciti dalla BBC, hanno fondato un network in lingua araba.
Una vera rivoluzione. Per una società come quella araba , per troppo tempo abituata
a un’informazione come esclusivo mezzo del potere, una televisione libera e indipendente
faceva molta paura. La guerra in Afghanistan e la seconda guerra in Iraq le hanno
dato una celebrità sconfinata, che diffonde idee che ai conservatori fanno paura
e diventata un problema, visto e considerato l’immenso successo di pubblico che
ha raccolto.
In questo senso colpisce la grave miopia dell’amministrazione Bush. Mentre Washington
si affanna a dire che il suo progetto di Grande Medio Oriente porterà la democrazia
nel mondo arabo attraverso lo sviluppo, Colin Powell più volte si è lanciato in
pesanti accuse ad al-Jazeera, definita spesso e volentieri portavoce dei terroristi
e chiedendo all’emittente un’informazione più controllata. La censura non è una
buona pubblicità per dimostrare al mondo arabo, soprattutto quando esprime un
processo di modernizzazione in proprio come il Qatar, che i paesi ricchi vogliono
portare la democrazia.