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Pugno di ferro. Lo ha comunicato il comando militare Usa in Iraq, dando alla notizia il maggior
rilievo possibile, proprio per sottolineare che qualcosa si muove. “L’alto funzionario
è sospettato di essere una figura centrale in presunti atti di corruzione e nell'infiltrazione
nel ministero della Sanità dell'illegale Esercito del Mahdi', è implicato nella
morte di numerosi funzionari del ministero della Sanità e ha apertamente intimidito
funzionari del ministero che erano in disaccordo o che avevano riserve sulle sue
azioni”. Questo il testo del comando statunitense che, come ha cominciato a fare
da un po’ di tempo a questa parte, vuole colpire duro tra quegli sciiti che, pur
alleati, a Washington sono ritenuti responsabili della mattanza degli ‘squadroni
della morte’. E quando si parla di sciiti che uccidono sunniti, tutti gli occhi
sono puntati su Moqtada al-Sadr e i suoi fedelissimi, riuniti sotto le insegne
dell’esercito del Mahdi. Il fatto che gli Usa abbiano deciso di giocare duro contro
Moqtada, oltre all’arresto del suo portavoce e di un paio di stretti collaboratori nei giorni scorsi, è testimoniato anche
da una conferenza stampa tenuta dopo l’arresto, nella quale il ministro della
Sanità si è detto indignato dell’arresto del suo vice, operazione della quale
era all’oscuro anche lo stesso premier Nuri al-Maliki.
Sempre più pressioni. Una decisione unilaterale, quindi, che potrebbe essere stata motivata da due
elementi principali. Da un lato l’opinione pubblica statunitense regge sempre
meno le bugie di guerra dell’amministrazione Bush e, rispetto all’incremento del
contingente Usa in Iraq, nessuno e più disposto a firmare cambiali in bianco al
presidente, sia tra i suoi alleati repubblicani che tra l’opposizione democratica.
In particolare, negli Usa ci si chiede se al-Maliki sia necessariamente l’uomo
giusto per risolvere la strage quotidiana che rende ingestibile il Paese. Il secondo
elemento è quello che, solo nell’ultima settimana, sono stati abbattuti 6 elicotteri
Usa da combattimento. Un dato allarmante per i militari Usa, al quale va affiancata
la cifra di 3100 militari morti dall’invasione del 2003. Un bilancio disastroso,
che il New York Times ha prontamente sottolineato, ritenendo che la guerriglia irachena abbia cambiato
strategia e, secondo alcuni, avrebbe ottenuto l’equipaggiamento adatto ad abbattere
gli elicotteri Usa. Sempre peggio, insomma, e allora è giunto il momento di stringere
il cappio attorno a tutti coloro che, per se stessi o per l’Iran, sono intenzionati
a destabilizzare l’Iraq. Con buona pace di al-Maliki e dell’indipendenza del suo
governo.Christian Elia