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Tutto è lecito. Così commenta, intervistato da PeaceReporter,
il professor Fabio Maniscalco, docente di Storia
e tutela dei beni architettonici e culturali in aree mediterranee e di
Archeologia subacquea in aree mediterranee presso la Facoltà di Studi
Arabo-Islamici e del Mediterraneo dell'Università degli Studi L'Orientale di Napoli
. “Pensi a realtà come quelle di Cipro, oppure del Kosovo”, spiega
il professore, nonchè direttore dell’Osservatorio Permanente per la Protezione
dei Beni Culturali in
Area di Crisi, “ognuna delle due parti in causa accusa l’altra di distruggere
i
luoghi di culto, ed è difficile avere un quadro completo della situazione
quando il patrimonio culturale finisce al centro di una polemica di questo
tipo”. Anche questa volta, a Gerusalemme, la situazione si presenta di questo
tipo. Il 6 febbraio scorso un gruppo di archeologi israeliani ha iniziato i
lavori di sgombero della massicciata che dal Muro del Pianto conduce alla porta
dei Mugrabi, quella dalla quale i turisti accedono al sito dove convivono il
simbolo stesso dell’ebraismo (il Muro del Pianto appunto) e la Spianata delle
Moschee, dove c’è la Moschea di al-Aqsa, considerata dall’Islam il terzo luogo
più sacro dopo la Mecca e Medina. In quel luogo sorgerà una passerella di
acciaio, lunga più o meno 200 metri.
Di nuovo tensione ad al-Aqsa. “Tutti i fedeli hanno
l’obbligo di difendere i luoghi santi! Accorrete a difendere al-Aqsa”, ha
tuonato dagli schermi di al-Jazeera lo sceicco Tayassir Tamimi,
uno dei massimi esponenti religiosi palestinesi. La polizia israeliana ha
predisposto rigide misure di sicurezza, ma alla fine non si sono
registrati incidenti gravi. “Non lavoriamo in segreto. Chi lo desidera è
liberissimo di venire a vedere di persona”, ha ribattuto Gideon Avni,
l’archeologo israeliano che coordina l’equipe. Ma il Waqf, l’ente arabo
che ha la tutela dei luoghi sacri musulmani di Gerusalemme, ritiene che
comunque i lavori potrebbero destabilizzare il sito. Lo stesso Waqf
a
sua volta, tempo fa, era stato accusato dal governo israeliano di
condurre
lavori clandestini nella Spianata delle Moschee, distruggendo reperti
ebraici.
La stessa accusa che i palestinesi muovono oggi a loro, ritenendo
questi lavori
un pretesto per condurre nuovi scavi non concordati, una provocazione.
“Ed è proprio questo il problema, questa incomunicabilità
danneggia il patrimonio archeologico”, racconta Maniscalco, “pensi che
già nel
2001 c’erano state avvisaglie di un pericoloso deterioramento del sito,
con una
serie di piccole frane che dalla Spianata cadevano sul Muro del Pianto.
Entrambi si accusarono a vicenda, perdendo di vista la priorità
assoluta, che
sarebbe quella di verificare l’eventuale necessità di un intervento di
consolidamento statico della struttura. Un altro esempio ancora di come
a
rimetterci sia la memoria storica è quello che è accaduto alla Tomba di
Giuseppe, luogo sacro anche per i cristiani, incendiata durante la
Seconda
Intifada. Il problema è che, nella sovrapposizione tra politica e
religione,
ogni reperto è una piccola conquista per chi la può annoverare nella
sua
memoria collettiva come una sorta di prova della territorialità”.
Cultura, ennesima vittima di guerra. Il
dramma di una guerra, con il lugubre corollario di lutti e disperazione, si
arricchisce quindi anche della distruzione del patrimonio artistico – culturale
delle zone di guerra. Si potrebbe pensare a una sorta di tutela internazionale,
ma se le organizzazioni sopranazionali sono incapaci di salvare la vita alle
persone, non c’è motivo di attendersi un esito differente per i monumenti. E un
esperto come il professor Maniscalco lo conferma, sostenendo che “l’Unesco è
dormiente, non fa niente per tutelare il patrimonio in una situazione come
quella del conflitto israelo – palestinese. Preferiscono investire capitali
ingenti in opere di nessuna utilità, ma che garantiscono un buon ritorno
mediatico. Mi spiace dirlo, ma pensiamo al Ponte di Mostar: sono stati
investiti miliardi per ricreare un bene perduto, che non sarà mai più comunque
lo stesso, quando invece ci sarebbe da investire nella tutela e nel
mantenimento di quello che ancora sopravvive”. Il quadro che emerge è
desolante, e non molto di più c’è da aspettarsi dalla situazione attuale in
Palestina. “Guardi sono sempre stato convinto che in questo conflitto sia in
ballo il controllo delle risorse territoriali”, conclude Maniscalco, “e anche
il patrimonio artistico – culturale lo è. Pensi ai lavori del muro di
separazione che Israele sta costruendo: ogni volta che i mezzi trovano reperti
archeologici arriva una squadra di esperti che, come accade dovunque, magari
sono interessati solo a rendere note scoperte che possano interessare i
committenti. A questo punto la zona, magari oltre la linea dei confini
previsti, viene annessa e un domani, con eventuali siti archeologici compresi,
si troverà dalla parte israeliana del muro. Ebbene anche il turismo è una
risorsa, e basta pensare alle quantità di turisti che affollavano questa terra
prima della guerra per capire perchè Israele si stia annettendo anche questo potenziale
mercato”.Christian Elia
Parole chiave: spianata delle moschee, moschea di al-aqsa, muro del pianto, israele, palestina