08/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista al prof. Maniscalco sulla contesa archeologica rispetto alla Spianata delle Moschee
“Il problema è duplice: di culto e culturale. In un certo tipo di situazioni di conflitto avviene un cortocircuito tra i due aspetti e questo genera situazioni come quella della Moschea di al-Aqsa e del Muro del Pianto. La contesa sfocia nelle implicazioni religiose e, in modo pretestuoso, un patrimonio che in altre circostanze sarebbe condiviso diviene un altro degli strumenti di un conflitto”.
 
la spianata delle moschee a gerusalemmeTutto è lecito. Così commenta, intervistato da PeaceReporter, il professor Fabio Maniscalco, docente di Storia e tutela dei beni architettonici e culturali in aree mediterranee e di Archeologia subacquea in aree mediterranee presso la Facoltà di Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo dell'Università degli Studi L'Orientale di Napoli . “Pensi a realtà come quelle di Cipro, oppure del Kosovo”, spiega il professore, nonchè direttore dell’Osservatorio Permanente per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi, “ognuna delle due parti in causa accusa l’altra di distruggere i luoghi di culto, ed è difficile avere un quadro completo della situazione quando il patrimonio culturale finisce al centro di una polemica di questo tipo”. Anche questa volta, a Gerusalemme, la situazione si presenta di questo tipo. Il 6 febbraio scorso un gruppo di archeologi israeliani ha iniziato i lavori di sgombero della massicciata che dal Muro del Pianto conduce alla porta dei Mugrabi, quella dalla quale i turisti accedono al sito dove convivono il simbolo stesso dell’ebraismo (il Muro del Pianto appunto) e la Spianata delle Moschee, dove c’è la Moschea di al-Aqsa, considerata dall’Islam il terzo luogo più sacro dopo la Mecca e Medina. In quel luogo sorgerà una passerella di acciaio, lunga più o meno 200 metri.
 
la tomba di giuseppeDi nuovo tensione ad al-Aqsa. “Tutti i fedeli hanno l’obbligo di difendere i luoghi santi! Accorrete a difendere al-Aqsa”, ha tuonato dagli schermi di al-Jazeera lo sceicco Tayassir Tamimi, uno dei massimi esponenti religiosi palestinesi. La polizia israeliana ha predisposto rigide misure di sicurezza, ma alla fine non si sono registrati incidenti gravi. “Non lavoriamo in segreto. Chi lo desidera è liberissimo di venire a vedere di persona”, ha ribattuto Gideon Avni, l’archeologo israeliano che coordina l’equipe. Ma il Waqf, l’ente arabo che ha la tutela dei luoghi sacri musulmani di Gerusalemme, ritiene che comunque i lavori potrebbero destabilizzare il sito. Lo stesso Waqf a sua volta, tempo fa, era stato accusato dal governo israeliano di condurre lavori clandestini nella Spianata delle Moschee, distruggendo reperti ebraici. La stessa accusa che i palestinesi muovono oggi a loro, ritenendo questi lavori un pretesto per condurre nuovi scavi non concordati, una provocazione. “Ed è proprio questo il problema, questa incomunicabilità danneggia il patrimonio archeologico”, racconta Maniscalco, “pensi che già nel 2001 c’erano state avvisaglie di un pericoloso deterioramento del sito, con una serie di piccole frane che dalla Spianata cadevano sul Muro del Pianto. Entrambi si accusarono a vicenda, perdendo di vista la priorità assoluta, che sarebbe quella di verificare l’eventuale necessità di un intervento di consolidamento statico della struttura. Un altro esempio ancora di come a rimetterci sia la memoria storica è quello che è accaduto alla Tomba di Giuseppe, luogo sacro anche per i cristiani, incendiata durante la Seconda Intifada. Il problema è che, nella sovrapposizione tra politica e religione, ogni reperto è una piccola conquista per chi la può annoverare nella sua memoria collettiva come una sorta di prova della territorialità”.
 
un sito archeologico in medio orienteCultura, ennesima vittima di guerra. Il dramma di una guerra, con il lugubre corollario di lutti e disperazione, si arricchisce quindi anche della distruzione del patrimonio artistico – culturale delle zone di guerra. Si potrebbe pensare a una sorta di tutela internazionale, ma se le organizzazioni sopranazionali sono incapaci di salvare la vita alle persone, non c’è motivo di attendersi un esito differente per i monumenti. E un esperto come il professor Maniscalco lo conferma, sostenendo che “l’Unesco è dormiente, non fa niente per tutelare il patrimonio in una situazione come quella del conflitto israelo – palestinese. Preferiscono investire capitali ingenti in opere di nessuna utilità, ma che garantiscono un buon ritorno mediatico. Mi spiace dirlo, ma pensiamo al Ponte di Mostar: sono stati investiti miliardi per ricreare un bene perduto, che non sarà mai più comunque lo stesso, quando invece ci sarebbe da investire nella tutela e nel mantenimento di quello che ancora sopravvive”. Il quadro che emerge è desolante, e non molto di più c’è da aspettarsi dalla situazione attuale in Palestina. “Guardi sono sempre stato convinto che in questo conflitto sia in ballo il controllo delle risorse territoriali”, conclude Maniscalco, “e anche il patrimonio artistico – culturale lo è. Pensi ai lavori del muro di separazione che Israele sta costruendo: ogni volta che i mezzi trovano reperti archeologici arriva una squadra di esperti che, come accade dovunque, magari sono interessati solo a rendere note scoperte che possano interessare i committenti. A questo punto la zona, magari oltre la linea dei confini previsti, viene annessa e un domani, con eventuali siti archeologici compresi, si troverà dalla parte israeliana del muro. Ebbene anche il turismo è una risorsa, e basta pensare alle quantità di turisti che affollavano questa terra prima della guerra per capire perchè Israele si stia annettendo anche questo potenziale mercato”.

Christian Elia

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