
“Al-Jazeera ha rappresentato una novità assoluta, una vera e propria rivoluzione
per l’informazione nel mondo arabo. Dove aveva sempre predominato un’informazione
assoggettata ai governi, questa televisione ha dato voce a tutti, senza censure,
contribuendo in modo determinante alla nascita di un’opinione pubblica nei Paesi
arabi”.
Rula Jebreal, giornalista palestinese, volto del telegiornale di La7 e collaboratrice
del Messaggero, sottolinea il ruolo di rottura con la tradizione dell’informazione
tradizionale del mando arabo. La sua convinzione trova d’accordo anche i suoi
colleghi, come Chawki Senauci, giornalista algerino di Radio Popolare di Milano,
che sottolinea come “il messaggio di al-Jazeera è tutto nello spot pubblicitario:
l’opinione e l’altra opinione. Noi arabi abbiamo conosciuto le opposizioni politiche
dei nostri Paesi grazie a questa televisione e penso a quella saudita a Londra,
solo per fare un esempio. Tutti i problemi che ha nascono proprio da questo. L’eredità
lasciata dalla BBC è fondamentale, solo che prima alle spalle dell’emittente c’era
un Paese potente come la Gran Bretagna, oggi c’è solo un piccolo emirato come
il Qatar e questo comporta chiusura delle sedi, arresti di giornalisti e quant’altro.
Questo è il suo limite”.
Anche per Farid Adly, giornalista libico e direttore dell’agenzia stampa ANBAMED,
il segreto di al-Jazeera sta nel suo legame con l’emittente di Stato inglese.
“L’equipe giornalistica ha ricevuto una formazione avanzata, di stampo anglosassone,
abituata a sfidare il potere anche in casa propria”, spiega Adly, “l’informazione
nel mondo arabo è soffocata: i giornali sono di proprietà dello Stato o dei partiti
di governo. Gli altri non vengono letti da nessuno, quando non vengono chiusi
o resi impotenti con il taglio dei mezzi finanziari. Identico discorso per la
televisione. Non esiste l’antenna libera nel mondo arabo, eccezion fatta per il
Libano, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Al-Jazeera è stato il primo organo
d’informazione dell’area a introdurre il concetto delle due opinioni, elemento
indispensabile per un giornalismo critico, moderno”.
Anche la televisione di Doha appartiene però all’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani,
sovrano del Qatar, ma questo non sembra influire sulle sue scelte. “La proprietà
è dell’emiro, ma la televisione è controllata da una società editoriale indipendente”,
spiega Adly, “la sua indipendenza è comprovata dalle pressioni che l’emiro stesso
ha ricevuto da Colin Powell, segretario di Stato statunitense in occasione del
suo viaggio a Washington. L’amministrazione Bush chiedeva un’informazione meno
anti-americana e contava sugli ottimi rapporti che legano Qatar e Usa. Basti pensare
che il comando alleato nel Golfo Persico ha sede a Doha. La linea editoriale di
al-Jazeera, fino ad ora, non è cambiata di una virgola”.
Una televisione dunque che piace alla gente, ma non ai governi, occidentali e
arabi. “Sanno bene a quale pubblico si rivolgono e uniformano il loro stile alle
esigenze dei suoi spettatori”, dice la Jebreal, “in questo momento storico è innegabile
che il mondo arabo sia attraversato da sentimenti anti-occidentali e loro lo
dicono. Spesso utilizzano toni accesi, con un linguaggio popolare, diretto e accessibile
a tutti. Non censurano niente però e danno spazio tanto a Moqtada al-Sadr quanto
al generale statunitense Kimmit, portavoce delle forze armate Usa in Iraq”.
Quindi un’informazione completa, ma non priva di anima.
“L’abitudine a dare voce a tutti non significa non avere una propria ben distinta
linea editoriale”, aggiunge Senauci, “ma al-Jazeera ha il grande merito di non
presentarsi come una voce obiettiva e questo le è valso il rispetto degli spettatori…un
po’ come Le Monde diplomatique: tutti sanno come la pensano i suoi redattori,
ma lascia che siano i fatti, riportati fedelmente, a fare opinione”.
Una ventata di novità quindi, come al-Arabya, la televisione satellitare in lingua
araba degli Emirati Arabi Uniti che ha cercato di ripercorrere le tracce della
sorella maggiore qatariota, anche se “ha uno stile diverso. Al-Arabya è molto
più moderata”, spiega Rula Jebreal, “al-Jazeera invece usa un linguaggio di rottura,
più aggressivo, anche nel montaggio delle immagini che sono sempre veloci, travolgenti.
Inoltre al-Jazeera cura molto di più gli approfondimenti”.
La televisione di Doha sembra infatti specializzata nel rompere gli schemi. Oltre
alla totale indipendenza dal potere politico e all’immunità dalla censura, al-Jazeera
si distingue anche per la capacità critica di rimettere in discussione luoghi
comuni della tradizione araba.
“Un esempio di rottura degli schemi è la trasmissione ‘Testimone di un’era’”,
dice Senauci, “dove persone che gli avvenimenti storici li hanno vissuti in prima
persona, danno una lettura degli eventi assolutamente fuori dagli schemi tradizionali.
Allora può capitare che un algerino come me scopra che, molti personaggi della
guerra di liberazione, a cui sono dedicate importanti piazze, fossero in realtà
dei collaborazionisti francesi”.
Il vero e proprio segno distintivo dello stile di al-Jazeera è però il suo essere
costantemente in prima linea. “Ricordo una trasmissione eccezionale, una diretta
da Najaf, in Iraq”, racconta Rula Jebreal, “mentre in studio c’era un’intervista
al generale statunitense Sanchez che sosteneva che nella città santa per gli sciiti
era in atto una tregua, da un edifico a Najaf, il giornalista di al.-Jazeera,
mostrava le bombe che cadevano sulle case”.
Tutto questo senza perdere di vista il suo merito principale: l’ottimo lavoro
giornalistico.
“E’prima di tutto un’eccellente strumento di lavoro”, sottolinea Senauci, “penso
ad esempio alla redazione economica che da una visione degli avvenimenti finanziari
assolutamente originale”.
Parere positivo condiviso anche da Rula Jebreal, che sottolinea come apprezzi
molto il loro lavoro, perché “danno tutte le notizie in una zona del mondo dove
la libertà di stampa è ancora un miraggio”.