Il paese di Mao sta vivendo un forte revival delle religioni tradizionali. E non solo
“La religione è un veleno”, diceva Mao Tse Tung. E per
decenni, l’ateismo di Stato è stato un potente antidoto. Che però, a quanto
pare, sta esaurendo i suoi effetti. Oggi, infatti, la religiosità sta tornando
a
diffondersi nella società cinese, e in misura assai maggiore di quanto finora
ammesso dal governo di Pechino. Secondo un grande sondaggio condotto negli
ultimi due anni dall’
Università
Normale della Cina Orientale, e appena pubblicato sulla rivista cinese
Oriental Outlook, i cinesi che si dicono
credenti, non atei, sono almeno 300 milioni: il triplo rispetto alle statistiche
ufficiali fornite dal governo.
Ritorno alla tradizione.
Dalla ricerca sociale (la prima effettuata su questa tematica) condotta dai
professori Tong Shijun e Liu Zhongyu emerge innanzitutto la rivitalizzazione
delle religioni tradizionali cinesi: sono almeno 200 milioni i cinesi che
professano il buddismo, il taoismo, il confucianesimo e i culti popolari – come
quello del Dio della Fortuna o quello del Re Dragone.
Il secondo dato più evidente è una forte diffusione del
cristianesimo, religione assolutamente minoritaria negli anni Novanta (non aveva
più di 10 milioni di fedeli) che ora appare assai più affermata: sarebbero
almeno 40 milioni i cinesi cristiani, ovvero il 12 percento di tutti i
credenti. Secondo le stime ufficiali, invece, essi sono solo 16 milioni: il
governo dovrà correggere le sue statistiche (o sconfessare i risultati del
prestigioso ateneo di Shanghai).
Un fenomeno
trasversale. La religione come “vero sentiero della vita” o come strumento
per “curare malattie” ed “evitare disastri”. Queste sono le più frequenti motivazioni
fornite dagli intervistati riguardo alla loro religiosità. Motivazioni che ben
riflettono l’aspetto mistico e quasi magico delle religioni orientali.
Il professore Liu spiega che, stando ai risultati del
sondaggio, questa rinascita religiosa è assolutamente trasversale, sia in
termini geografici che sociali. Se è vero che i contadini poveri delle depresse
zone rurali dell’interno sono quelli maggiormente attratti dal revival
religioso, anche la nuova borghesia delle città costiere del boom economico
pare attratta dalla spiritualità.
La dimostrazione più evidente del ritorno alla religione nel
paese di Mao viene dai dati anagrafici: il 62 per cento dei credenti cinesi è
composto da giovani. Gli anziani, ormai assuefatti all’antidoto dell’ateismo di
Stato, sono solo il 9,6 percento.