
“In fondo non cambia niente. Il nostro stile, il nostro modo di comunicare gli
eventi mostrando le immagini a disposizione, non diventa diverso. Ci siamo solo
impegnati a evitare quel tipo d’immagini che, non aggiungendo nulla alla notizia,
potrebbero offendere qualcuno”.
Jihad Ballout, portavoce dell’ufficio delle pubbliche relazioni di al-Jazeera,
risponde alla domanda in tono seccato, quasi ritenesse inutile la specificazione.
Il 13 luglio 2004, le principali agenzie stampa del mondo, hanno battuto una notizia
riguardante l’emittente satellitare in lingua araba più conosciuta del pianeta.
Durante una conferenza stampa a Doha, capitale del Qatar sede della televisione,
i vertici di al-Jazeera avevano dichiarato che la televisione avrebbe adottato
un codice deontologico finalizzato a rendere più equilibrata l’informazione trasmessa.
Pur rivendicando il diritto di mostrare “il volto sporco della guerra”, i dirigenti
della televisione satellitare s’impegnavano a “a trattare il nostro pubblico con
il dovuto rispetto”.
Il codice quindi, come spiegato anche da Ballout al telefono, si riferisce più
che altro alle immagini di al-Jazeera che ai contenuti. “Le immagini rispetteranno
i sentimenti delle vittime di crimini, guerra, persecuzione e disastri, dei loro
parenti e degli spettatori”, hanno dichiarato i dirigenti due giorni fa.
A molti spettatori e osservatori è sembrato un modo come un altro per rispondere
alle critiche che piovono su al-Jazeera, soprattutto da Washington, che ha spesso
accusato la televisione del Qatar di aver dato un’immagine del conflitto in Iraq
assolutamente anti-statunitense e di leggere tutti gli avvenimenti del conflitto
israelo-palestinese dalla parte araba. In modo particolare Israele e Usa accusano
le immagini cruente, utilizzate per creare rabbia e rancore nelle popolazioni
arabe.
Al-Jazeera, però, non ha problemi solo con i governi occidentali, ma è oggetto
di critiche anche dalle classi dirigenti dei Paesi arabi. Il 30 giugno scorso,
per esempio, il governo algerino ha sospeso le trasmissioni dell’emittente qatariota.
Anche su questo argomento, il signor Ballout, è molto cauto. “Il provvedimento
non è un atto di censura. Non riguarda neanche solo noi –spiega con cautela Ballout-
ma è un disegno di legge riferito a tutti i corrispondenti della stampa estera
in Algeria. Si tratta di una sospensione temporanea delle corrispondenze dei giornalisti
stranieri, per un riordino del settore”.
Reporter senza Frontiere da della vicenda una lettura meno edulcorata: in un
appello diffuso dall’associazione che si batte per la libertà di stampa vengono
chieste le motivazioni e la durata del provvedimento del governo algerino. “Questa
decisione arbitraria”, recita il documento di RsF, “equivale di fatto ad una censura.
Per la prima volta dopo 10 anni, si vuole impedire ad una televisione straniera
presente in Algeria di coprire l’attualità del Paese. Secondo alcune fonti, si
tratterebbe in realtà di una misura di rappresaglia seguita ad un dibattito trasmesso
da al-Jazeera in Algeria in cui era stata data voce alle opposizioni”.
Rispetto alle risposte rassicuranti di Balluot, il tono del comunicato di RsF,
è ben diverso. Tra accuse di eccessiva libertà nella linea editoriale e timori
di censura resta indelebile quello che è diventato il marchio di garanzia di questa
televisione: l’assenza totale di censura.
“Il segreto del nostro grande successo di pubblico è stato il fatto di offrire
un’informazione completa, che da spazio a tutti i punti di vista”, dice Ballout,
“su al-Jazeera nulla viene censurato. Né immagini né pareri”. Detto così sembra
semplice, ma questo stile ha rappresentato per il mondo arabo dell’informazione
una vera e propria rivoluzione. “Nel mondo arabo l’informazione aveva il bavaglio”,
ammette Ballout, “sempre o quasi sempre filo governativa e a senso unico”.
Questa completezza d’informazione ha garantito ad al-Jazeera un travolgente successo
di pubblico. Un’escalation di ascolti che, in costante crescita dal 1996 ad oggi,
ha garantito all’emittente di annunciare ufficialmente l’ingresso nella Borsa
di Doha, in Qatar, entro i prossimi due o tre anni.
Questo successo di pubblico, come dimostrano gli ultimi episodi, ha alienato
ad al-Jazeera le simpatie dei governi, arabi e occidentali, ma anche quelle dei
colleghi della stampa araba.
Un episodio che spiega il clima in cui lavora al-Jazeera. Nel gennaio 2004, negli
Emirati Arabi Uniti, viene organizzato in grande stile, l’Arab Media Summit. Un’
occasione per un confronto tra giornalisti arabi e giornalisti occidentali. Al-Jazeera,
il network in lingua araba più seguito del mondo e quello più conosciuto, non
viene invitato.
“Sul perché al-Jazeera non venne invitata al summit”, commenta il portavoce della
televisione, “bisogna rivolgersi agli organizzatori. Non sappiamo il perché non
siamo stati invitati”.
Nonostante il tatto di Ballout, i commenti dell’epoca furono univoci: al-Jazeera
fa da megafono alla politica riformista dell’emiro del Qatar, principale finanziatore
del canale satellitare. La politica estera del piccolo emirato è tutta volta a
garantirsi il ruolo di potenza regionale nel Golfo, dove l’Arabia Saudita non
è più abbastanza affidabile per i Paesi occidentali.
“L’emiro è il nostro principale finanziatore”, risponde Ballout, “ma mai ha influenzato
la linea editoriale di al-Jazeera. Questa libertà, sconosciuta agli altri organi
d’informazione della regione, è la nostra forza”. Tra polemiche, accuse, diplomazia
e scoop, al-Jazeera va avanti. Con milioni di arabi e occidentali che la guardano
rapiti.