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Verso il baratro. La situazione è peggiorata
lentamente. Iniziata con qualche sporadico omicidio nelle più sperdute regioni
della selva colombiana, la lotta intestina è culminata con l’omicidio di
Ramírez, il comandante dell’ottavo fronte Farc “José Gonzalo Sánchez”, morto in
un’imboscata tesa da unità dell’Eln comandate da Oscar, nella frazione
Barranquilla, tra Palomas e La Calera nel Cauca. Un vero e proprio affronto,
avvenuto il primo dicembre, ma reso pubblico settimane dopo.
L’Eln. “Hanno una concezione egemonica che fa loro
credere di essere gli unici legittimati alla lotta rivoluzionaria in Colombia”.
È invece il pensiero che accomuna l’Eln, il quale precisa che sono le Farc ad
aver assassinato in cinque mesi trecento fra combattenti e simpatizzanti
dell’Eln, nelle zone di Arauca, Cauca e Nariño. A farne le spese la gente
comune, che si trova un’ulteriore fonte di paura e violenza: non bastavano gli
scontri a fuoco fra guerriglia ed esercito spalleggiato dai paras, ora anche
fra guerriglieri si sparano. E la gente è costretta a scappare.
Il governo. Da Bogotá, intanto, il presidente Alvaro
Uribe rilancia l’offensiva militare accantonando ogni trattativa per un
eventuale scambio umanitario degli ostaggi in mano alle Farc: “Li libereremo
con la forza”, ha promesso. Una dichiarazione che ha causato il panico fra i
familiari, in particolare fra i parenti di quei 61 sequestrati politici che da
tempo sono in bilico fra accordo sì, accordo no. “Mi provoca moltissima angoscia” ha detto, riferendosi al
discorso di Uribe, Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt, la
franco-colombiana candidata alla presidenza rapita dalle Farc il 23 febbraio
2002.
Stella Spinelli