Condoleeza Rice sostiene l'iniziativa del suo ambasciatore: l'Italia non è un alleato, ma un tassello
Sandro Ruotolo
Lo schiaffo è arrivato a segno. Da Washington. Diretto a
Romano Prodi e Massimo D'Alema irritati per la lettera dei sei
ambasciatori inviata nei giorni scorsi, con in testa quello americano,
con la quale si chiedeva agli italiani di mantenere le loro truppe in
Afghanistan. Chi si aspettava una presa di distanza dal Dipartimento di
Stato è rimasto deluso: "Lodevole iniziativa". Insomma, erano stati
proprio gli americani a sollecitare i 6 ambasciatori. Ed è chiaro il
perchè: il fronte iracheno è troppo importante e gli Stati Uniti hanno
bisogno che a combattere i talebani siano i militari della Nato. Non
c'è dubbio che al vertice di questa sera indetto dal presidente del
Consiglio Romano Prodi sulla politica estera dell'Unione, il minimo che
si dovrebbe fare è rispondere pan per focaccia. Resterà il dissenso per
questa "irrituale" iniziativa ma niente di più. Non penso che Prodi
voglia, a questo punto, fare un passo indietro rispetto agli impegni
presi con gli Stati Uniti e con gli altri Paesi impegnati nel conflitto
afgano. Sull'ampliamento della base americana a Vicenza il governo
italiano ha già detto che la questione è chiusa mentre sulla partita
afgana potrebbero esserci margini di trattativa con coloro che pensano
al ritiro delle truppe da Kabul. Certo, essere considerati un piccolo
tassello della strategia americana e non alleati è una questione
politica che non può essere archiviata così facilmente. In Afghanistan
la primavera è arrivata in anticipo. I talebani non hanno aspettato che
si sciogliesse la neve. Saranno settimane e mesi di guerra.