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Ultim'ora. Dal primo febbraio, giorno del riacutizzarsi della
guerriglia per il controllo del territorio, nelle più calde aree della
periferia della capitale carioca non passa ora senza che ci siano morti, feriti,
o cadaveri
ritrovati negli angoli più remoti delle distese di case dai cantieri perenni.
Alla luce del sole. Un complesso intreccio nel quale si inseriscono le milizie
private. Guardie del corpo, ex agenti e perfino poliziotti in servizio si
improvvisano in una sorta di esercito paramilitare anti-narcotrafficanti e si
muovono illegalmente come tutori dell’ordine nelle favelas più pericolose. Il
tutto dietro il pagamento di una tassa che ogni famiglia del circondario è
costretta a sborsare. Con gli anni, queste milizie sono riuscite ad
accaparrarsi grandi fette di territorio strappandole a suon di pallottole alla
criminalità organizzata. Tira tira, però, la corda si è spezzata, e se prima i
regolamenti di conti avvenivano in maniera più sporadica, in una sorta di
guerra a bassa intensità, adesso il conflitto è scoppiato in tutta la sua
tragicità.
I volontari di Riobodycount. “E’ molto di più di quanto immaginassimo – ha commentato
candidamente André Dahmer – abbiamo ricevuto centinaia di messaggi di
incoraggiamento, proposte di patrocinio, tutte però respinte gentilmente al
mittente. Non diventeremo mai un gruppo che lucra sul mercato della paura e
della violenza di Rio. Abbiamo già visto alcuni mass media servirsi del nostro
sito per comprovare la necessità di uno stato di polizia, ma già lo avevamo
messo in conto. Qui, una volta ancora, la stampa e l’opinione pubblica si
appella a leggi più rigorose, a rieducare la gente attraverso la pena. C’è chi
torna a chiedere la pena di morte. Eccoli gli altri sintomi della guerra. Noi
non crediamo una pace armata fatta da celle di massima sicurezza, armi e carro
armati. Vogliamo sì un intervento di Brasilia, ma a livello sociale. Vogliamo
gente capace di individuare le sacche di miseria di Rio”.
Stella Spinelli