05/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A 15 anni dal "golpe impossibile" Chavez restituisce allo stato Venezuelano l'economia strategica
Pare proprio che il sipario sulla ‘rivoluzione bolivariana’ che conduce al ‘socialismo del 21 secolo’ (espressioni care al presidente Chavez) si sia alzato definitivamente e che lo spettacolo possa avere inizio.
 
Il presidente della repubblica bolivariana di Venezuela, Hugo ChavezAl via le nazionalizzazioni. Il parlamento venezuelano ha recentemente approvato la ley habilitante, come da richiesta di Hugo Chavez, che consente al presidente di governare per decreto per i prossimi diciotto mesi e portare avanti il suo programma di governo potendo intervenire direttamente in materia di idrocarburi, misure economiche, sociali, riforme istituzionali, telecomunicazioni e elettricità (e in realtà ce ne sono molte altre ancora).
Una misura pericolosa secondo alcuni (che magari non ricordano che altri presidenti prima di Chavez avevano chiesto e in parte ottenuta), necessaria per ristabilire gli equilibri economici nel paese, per altri.
 
Un impianto per l'estrazione del petrolio nell'OrinocoPetrolio. Fatto sta che Chavez non ha certo perso tempo iniziando subito il suo lavoro e annunciando la nazionalizzazione dell’industria petrolifera. “Ho dato disposizioni affinché il prossimo 1° maggio, siano messi sotto controllo statale tutti i campi petroliferi della Faja del Orinoco” , ha detto con espressione soddisfatta l’ex colonnello durante una conferenza stampa.
In pratica la compagnia petrolifera nazionale, la Pdvsa, pagando quanto dovuto, diventerà l’azionista di maggioranza (con il 60%) dei progetti petroliferi con le multinazionali straniere presenti in Venezuela : Exxon Mobil, Chevron-Texaco e Conoco-Phillips (Usa), la British Petroleum (Gran Bretagna), Total (Francia) e la Statoil (Norvegia).
E anche se da Caracas ostentano una certa sicurezza sull’esito ‘pacifico’ della vicenda, alcuni esperti internazionali dell’area energetica pensano già alle possibili sanzioni per l’eventuale mancanza di rispetto degli accordi in precedenza stipulati.  
 
George Bush e John NegroponteLe polemiche. Dopo l’annuncio, Chavez, è stato investito da un’ondata di polemiche. Dagli Stati Uniti George Bush si è detto preoccupato per il “deterioramento delle istituzioni democratiche”. Ma è stato il vice segretario di stato Usa, John Negroponte ad andarci giù pesante rilasciando dichiarazioni al fulmicotone contro il leader venezuelano. “Chavez sta minacciando tutte le democrazie del Sud America – ha detto Negroponte – cerca di esportare il suo populismo radicale e ritengo che il suo atteggiamento non sia una forza costruttiva in quella regione”.
I commenti del vicesegretario di stato Usa non hanno lasciato indifferente il numero uno venezuelano che davanti alle telecamere che lo riprendevano durante la conferenza stampa nella quale ha annunciato la nazionalizzazione, ha cambiato espressione del volto. Il viso si è improvvisamente irrigidito, e dalla sua bocca sono uscite parole di fuoco. “Il signor Negroponte se ha qualcosa da dire che venga qui – ha detto Chavez in segno di sfida, facendo un chiaro gesto d’invito con le mani – che venga pure, siamo qui ad aspettarlo”. E ne ha avute anche per il suo ormai più celebre ed importante avversario politico, Bush (non avendone nessuno in patria) “E’ lui la vera minaccia per il mondo”. E ancora: “Bush e Negroponte sono criminali e dovrebbero essere processati per i crimini di guerra commessi nel mondo dagli Usa e passare il resto dei loro giorni in prigione”.
 
Hugo ChavezLa Ley. Che la ley habilitante fosse vista come una sorta di misura rivoluzionaria per ristabilire le sorti del Paese lo si è potuto notare da come è stata votata. I parlamentari, in totale 167 e tutti chavisti, si sono radunati in Plaza Bolivar luogo simbolo della capitale e davanti a una folla di curiosi hanno votato (all’unanimità) per alzata di mano. Una scena inimmaginabile anche per le più antiche e civili democrazie occidentali. La legge, richiesta direttamente da Chavez, stabilisce che il presidente possa prendere delle decisioni per decreto senza dover passare dal parlamento che con i suoi tempi lentissimi delle elaborazioni delle leggi non riuscirebbe a seguire le riforme.

Alessandro Grandi

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