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Al via le nazionalizzazioni. Il parlamento venezuelano ha recentemente approvato la ley habilitante, come
da richiesta di Hugo Chavez, che consente al presidente di governare per decreto
per i prossimi diciotto mesi e portare avanti il suo programma di governo potendo
intervenire direttamente in materia di idrocarburi, misure economiche, sociali,
riforme istituzionali, telecomunicazioni e elettricità (e in realtà ce ne sono
molte altre ancora).
Petrolio. Fatto sta che Chavez non ha certo perso tempo iniziando subito il suo lavoro
e annunciando la nazionalizzazione dell’industria petrolifera. “Ho dato disposizioni
affinché il prossimo 1° maggio, siano messi sotto controllo statale tutti i campi
petroliferi della Faja del Orinoco” , ha detto con espressione soddisfatta l’ex
colonnello durante una conferenza stampa.
Le polemiche. Dopo l’annuncio, Chavez, è stato investito da un’ondata di polemiche. Dagli
Stati Uniti George Bush si è detto preoccupato per il “deterioramento delle istituzioni
democratiche”. Ma è stato il vice segretario di stato Usa, John Negroponte ad
andarci giù pesante rilasciando dichiarazioni al fulmicotone contro il leader
venezuelano. “Chavez sta minacciando tutte le democrazie del Sud America – ha
detto Negroponte – cerca di esportare il suo populismo radicale e ritengo che
il suo atteggiamento non sia una forza costruttiva in quella regione”.
La Ley. Che la ley habilitante fosse vista come una sorta di misura rivoluzionaria per
ristabilire le sorti del Paese lo si è potuto notare da come è stata votata. I
parlamentari, in totale 167 e tutti chavisti, si sono radunati in Plaza Bolivar
luogo simbolo della capitale e davanti a una folla di curiosi hanno votato (all’unanimità)
per alzata di mano. Una scena inimmaginabile anche per le più antiche e civili
democrazie occidentali. La legge, richiesta direttamente da Chavez, stabilisce
che il presidente possa prendere delle decisioni per decreto senza dover passare
dal parlamento che con i suoi tempi lentissimi delle elaborazioni delle leggi
non riuscirebbe a seguire le riforme. Alessandro Grandi