03/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Almeno 15 morti nelle proteste nel sud, dietro le quali, secondo alcuni, c’è lo zampino indiano
La questione del Terai (o Madhesh) è esplosa in tutta la sua violenza. Le proteste antigovernative della popolazione delle pianure – iniziate il 19 gennaio dopo l’approvazione della Costituzione provvisoria – nei giorni scorsi sono degenerate in violenti scontri che hanno finora causato almeno una quindicina di morti, tra manifestanti e poliziotti. Folle di manifestanti, armati di coltelli, spranghe e bastoni, hanno assaltato decine di stazioni di polizia e uffici governativi. Tutte le strade della regione, le principali del paese, sono bloccate dai manifestanti ormai da due settimane. Nella capitale Kathmandu inizia a scarseggiare il carburante, che arriva via terra dall’India.
L’epicentro della rivolta – guidata dal Forum per i Diritti del Popolo Madhese di Upendra Yadav –  è Inaruwa, una delle quattro città in cui il governo ha imposto il coprifuoco assieme a Janakpur, Birgunj e Biratnagar, tutte nel sud-est del paese.
 
MappaKoirala e Prachanda aprono al dialogo. Il primo ministro nepalese, Girija Prasad Koirala, ha rivolto ai manifestanti un appello alla calma e al dialogo, dicendosi pronto a intavolare un negoziato politico sulle questioni sollevate dalla popolazione del Terai: una ridefinizione delle circoscrizioni elettorali tale da garantire ai medhesi un’adeguata rappresentanza nell’assemblea costituente che verrà eletta a giugno e la garanzia che il futuro assetto statale del Nepal sarà federale, con un’ampia autonomia per la regione del Terai.
L’apertura di Koirala è dovuta, oltre che al degenerare della protesta, alla presa di posizione del leader dei maoisti, Pushpa Kamal Dahal, alias Prachanda, che ha fatto sapere di ritenere legittime le rivendicazioni della popolazione del Terai.
 
Il premier Koirala e il leader maoista PrachandaLa teoria del complotto indiano. Non la pensa così il numero due dei maoisti, il vice di Prachanda, Barubarm Bhattarai, che nei giorni scorsi ha pubblicamente dichiarato di condividere la tesi che va per la maggiore negli ambienti governativi di Kathmandu: quella del “complotto indiano”.
Secondo Bhattarai, dietro la rivolta del Terai ci sarebbe lo zampino dei nazionalisti indiani del Bharatiya Janata Party, da sempre desiderosi di mettere le mani sulle pianure meridionali del Nepal, abitate da una popolazione affine a quella indiana (i madhesi sono di lingua hindi). “Il Bjp ha fatto arrivare nel Terai camion carichi di gente del Bihar”, ha detto Bhattarai, spiegando che si tratterebbe di “agitatori mandati a fomentare le violenze”.
 
Manifestazioni nel TeraiO forse solo una mossa politica. Un Terai autonomo stringerebbe certamente rapporti molto stretti con il vicino gigante indiano, convenienti per entrambi. E certamente l’attuale fase di transizione del Nepal rappresenta per gli indiani un’irripetibile occasione d’intervento. Ma questo non giustifica di per sé la tesi dello zampino indiano dietro le violenze di questi giorni, più prosaicamente spiegabili con la volontà dei movimenti politici madhesi di alzare il prezzo al fine di acquistare più peso nel futuro assetto istituzionale del Nepal. Un assetto che finora è stato indubbiamente sbilanciato a favore della popolazione pahadi, la gente delle montagne. Il processo di pace potrebbe essere l’occasione per riequilibrare la situazione. Ma le violenze di questi giorni – come ha osservato Ian Martin, rappresentante dell’Onu nel paese – rischiano di mandare a monte l’intero processo di pace, a partire dalle elezioni dell’assemblea costituente previste per giugno.
 

Enrico Piovesana

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