stampa
invia
Koirala e Prachanda
aprono al dialogo. Il primo ministro nepalese, Girija Prasad Koirala, ha
rivolto ai manifestanti un appello alla calma e al dialogo, dicendosi pronto a
intavolare
un negoziato politico sulle questioni sollevate dalla popolazione del Terai:
una ridefinizione delle circoscrizioni elettorali tale da garantire ai medhesi
un’adeguata rappresentanza nell’assemblea costituente che verrà eletta a giugno
e la garanzia che il futuro assetto statale del Nepal sarà federale, con un’ampia
autonomia per la regione del Terai.
La teoria del
complotto indiano. Non la pensa così il numero due dei maoisti, il vice di
Prachanda, Barubarm Bhattarai, che nei giorni scorsi ha pubblicamente dichiarato
di condividere la tesi che va per la maggiore negli ambienti governativi di
Kathmandu: quella del “complotto indiano”.
O forse solo una
mossa politica. Un Terai autonomo stringerebbe certamente rapporti molto
stretti con il vicino gigante indiano, convenienti per entrambi. E certamente
l’attuale
fase di transizione del Nepal rappresenta per gli indiani un’irripetibile
occasione d’intervento. Ma questo non giustifica di per sé la tesi dello zampino
indiano dietro le violenze di questi giorni, più prosaicamente spiegabili con
la volontà dei movimenti politici madhesi di alzare il prezzo al fine di acquistare
più peso nel futuro assetto istituzionale del Nepal. Un assetto che finora è
stato indubbiamente sbilanciato a favore della popolazione pahadi, la gente delle montagne. Il processo di pace potrebbe
essere l’occasione per riequilibrare la situazione. Ma le violenze di questi giorni
– come ha osservato Ian Martin, rappresentante dell’Onu nel paese – rischiano
di
mandare a monte l’intero processo di pace, a partire dalle elezioni dell’assemblea
costituente previste per giugno.Enrico Piovesana