Le truffe. Jasim al-Duleimi ha 28 anni e vive a Baghdad. Già da un anno e mezzo non ha un
lavoro, ma un giorno, con suo grande stupore, è stato contattato dall'ufficio
che aveva visto aprire a pochi passi da casa sua. Un'agenzia di collocamento.
“Sono stato ricevuto da una donna, la direttrice del centro. Mi ha garantito che
avevano il lavoro giusto per me, dovevo solo fare lo sforzo di pagare la mia iscrizione
all'elenco della ditta. La somma promessa era enorme, pagavano infatti 150 mila
dinari al mese (circa 7 mila euro
ndr). Ero felice perchè finalmente potevo ricominciare a lavorare”, racconta Jasim.
“Il lavoro sembrava buono”, dice Jasim, “si trattava di essere assunto da una
compagnia che si occupa di telefonia cellulare che al momento, in Iraq, è uno
dei pochi settori dove si possa guadagnare qualche soldo. Per incontrare l'amministratore
dell'azienda, la direttrice mi chiedeva però un anticipo di 12 mila dinari (circa
600 euro
ndr) per le spese amministrative. Ho pregato mia sorella, che pure ha molti problemi,
di prestarmi quella somma. Non potevo permettermi di perdere un'occasione del
genere. Quando mi sono recato agli uffici della compagnia telefonica però, mi
sono sentito rispondere che non assumevano nessuno e che non avevano incaricato
nessuna agenzia di trovare manodopera. In tutta fretta sono tornato dalla direttrice,
ma non ho trovato nessuno. Tranne altri disoccupati che, come me, erano stati
truffati. Cosa dico adesso a mia sorella?”
Il mercato del lavoro in Iraq è una giungla senza regole. Dopo la caduta di Saddam,
a Baghdad e non solo, hanno aperto una serie di agenzie private di collocamento.
Attirate dalle prospettive che offriva una società da ricostruire da zero e dai
costi contenuti della manodopera, si sono sucessivamente trovate ad affrontare
una situazione complicata: per motivi di sicurezza molte aziende che erano arrivate
in Iraq sono andate via. Le poche che sono rimaste hanno portato la manodopera
necessaria dall'estero. Tante agenzie hanno allora optato per una sorta di risarcimento
danni, ma a spese dei disoccupati iracheni. Truffe come quella subita da Jasim
sono all'ordine del giorno. “Sono stato contattato da un certo Hajji Salwan”,
racconta Souad al-Zawbaie,
“sosteneva che la compagnia petrolifera degli emirati Arabi Uniti per cui lavorava
voleva aprire una sede distaccata a Baghdad e che cercava una serie di lavoratori
da assumere. Ci sarebbe stata una selezione e che i prescelti avrebbero avuto
l'opportunità di ottenere il passaporto in fretta. Servivano solo 25 mila dinari
(1400 euro
ndr ) per le spese necessarie. Dopo avergli dato i soldi, non ho mai più visto il
signor Salwan”.
Le agenzie di collocamento. Il racconto di queste truffe ha fatto in fretta il giro di Baghdad e, in un
sondaggio svolto da una delle tante piccole radio locali nate dopo l'invasione
delle truppe della Coalizione e riportato dal quotidiano libanese
Daily Star, il 94 per cento degli intervistati ha dichiarato di non avere nessuna fiducia
in queste agenzie e di ritenere il governo responsabile di tutte le truffe subite
dai disoccupati.
Secondo gli intervistati, da un lato le autorità non fanno nulla per creare posti
di lavoro, dall'altra non tutelano i lavoratori dalle truffe delle agenzie private.
Naqiya Mansoor, titolare di un'agenzia privata di collocamento a Baghdad, racconta
che “il mese dopo la caduta di Saddam avevamo la fila fuori dai nostri uffici.
La media era di 20-30 nuovi iscritti al giorno. Ammetto che siamo riusciti a trovare
lavoro a meno del 30 per cento degli iscritti e, per mantenere l'azienda, siamo
costretti a chiedere 10 mila dinari ai lavoratori. Gli affari andavano bene per
noi, anche se c'era molto meno lavoro di quello che ci aspettavamo all'inizio.
Poi le agenzie sono diventate troppe e molte di queste nascondono dei truffatori
senza scrupoli”.
All'epoca di Saddam c'erano cinque uffici statali che si occupavano del collocamento.
Sono andati distrutti, archivi compresi, nell'anarchia selvaggia che ha seguito
l'arrivo della Coalizione. Il proconsole Bremer, all'epoca responsabile dell'amministrazione
civile degli occupanti, ha delegato la ricerca di lavoro ai privati. Con il risultato
di avere, solo a Baghdad, 25 agenzie private che, senza nessun controllo statale
o di legge, hanno potuto sfruttare il mercato dei disperati alla ricerca di un
lavoro che gli permettesse di sfamare la propria famiglia. Il governo Allawi,
tutto preso dall'organizzazione delle elezioni, non ha ancora preso nessuna misura
di tutela per i lavoratori.
Jasim, Souad e tanti altri aspettano che, tra petrolio e politica, qualcuno si
ricordi anche di loro.