05/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Due ricercatori sottolineano su Lancet l'utilizzo di termini medici in guerra e viceversa
“La ‘guerra al terrorismo’ è stata dichiarata dal governo degli Stati Uniti e dalle nazioni alleate 5 anni fa. Ma ormai le guerre sono state dichiarate in molte aree della vita civile, inclusa la salute. Nei giornali biomedici leggiamo di guerre su qualunque cosa, dal cancro renale all’incertezza nel trattamento dei traumi”. Sono parole di Erik von Elm (dell’Università di Berna, in Svizzera) e Markus K. Diener (del centro medico universitario di Friburgo, in Germania), pubblicate fra le lettere della rivista medica The Lancet, con cui invitano a riflettere sull’importanza di un uso appropriato dei vocaboli.

Guerra e danni collaterali. I titoli degli articoli medici cui fanno riferimento come esempi parlano chiaro: “La nuova strategia nella guerra al cancro renale: colpire obiettivi multipli con danni collaterali limitati”, per il cancro renale, e “La ricerca sul trattamento del trauma e la guerra all’incertezza” per i traumi. Anche “danni collaterali” è un’espressione appartenente al gergo militare, ma usata sempre di più nelle comunicazioni di tipo biomedico. “E’ diventata sinonimo di ogni tipo di conseguenze indesiderate, inclusi gli effetti collaterali delle nuove terapie contro il cancro” citano i due ricercatori. L’elenco non si esaurisce e i modi di dire presi da una parte e utilizzati dall’altra sono diversi, come l’utilizzo nel linguaggio militare dei termini “surgical strikes”, operazioni chirurgiche, che non vengono certo fatte con “i bisturi ma con bombe ad alta tecnologia”. I contributi sono insomma da entrambe le parti (per non dire da entrambi i fronti, con evocazione di contesti bellici).

Un segno da cancellare. Se qualunque operatore sanitario si fermasse un momento a riflettere, sarebbero tanti gli esempi da riportare, che magari non sono mai stati visti e vissuti sotto questa luce. Che dire per esempio delle ‘cellule killer’? “Inevitabilmente, lo stretto rapporto fra medicina ed esercito nella storia ha lasciato un segno nel linguaggio” sottolineano von Elm e Diener, chiedendo però di interrompere questo collegamento : “L’utilizzo responsabile del linguaggio dovrebbe far parte dell’integrità, sia degli scienziati, sia dei giornalisti”.

Evitare la logica della guerra. E’ dalle piccole cose che può nascere la pace, è da ciò che può sembrare insignificante che partono, e arrivano, messaggi forti. I due autori della lettera non usano mezzi termini: dicono che medici e ricercatori dovrebbero evitare la logica cinica della guerra quando scrivono sulla cura dei pazienti. “D’altra parte, resoconti concisi sulle conseguenze che le guerre reali hanno sulla salute si meritano una maggiore attenzione nelle pubblicazioni scientifiche. E non hanno bisogno di parole di fantasia per suscitare interesse”. Una cosa è la guerra, i suoi “danni collaterali”, le sue “operazioni chirurgiche” che distruggono vite umane; da tutt’altra parte stanno le ricerche mediche volte a portare la salute, la guarigione, il miglioramento della quantità o almeno della qualità di vita di un malato.
 

Valeria Confalonieri

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