01/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L’Unione Africana mette a disposizione solo 4 mila uomini per la missione di pace
Fumata nera da Addis Abeba. Il summit dell’Unione Africana, che tra le altre cose avrebbe dovuto trovare i mezzi per allestire la missione di peacekeeping in Somalia, si è concluso con un nulla di fatto. Dei 7.600 soldati previsti, finora ne sono stati trovati solo 4 mila, messi a disposizione da Ghana, Uganda, Burundi e Nigeria. Un numero troppo basso per assicurare un minimo di sicurezza una volta che le truppe etiopi avranno lasciato il Paese. Intanto, le fonti locali contattate da PeaceReporter continuano a riferire di scontri e morti a Mogadiscio.
 
Un vicolo di MogadiscioInsicurezza. “L’instabilità è generale, ogni giorno in città muoiono almeno 5 persone per colpa delle milizie – dichiara un giornalista raggiunto telefonicamente -. La gente ha paura di uscire per strada, ci sono continue notizie di mazzette da pagare, rapine, uccisioni, regolamenti di conti, stupri. Il governo non sta facendo nulla per garantire la sicurezza, neanche gli etiopi riescono a stabilizzare la situazione”. In compenso, continuano gli attentati contro i militari somali ed etiopi, organizzati presumibilmente dagli ex-membri delle Corti islamiche che si sono dati alla guerriglia. Ieri sera, alcuni colpi di mortaio sono esplosi nei pressi di una caserma dell’esercito. “Se questa situazione dovesse durare, gli islamisti avrebbero un’altra occasione per influenzare la popolazione. Più gli etiopi rimangono a Mogadiscio, e più la gente sospetta di loro”. Anche per questo il governo etiope avrebbe avviato il ritiro, previsto in tre fasi, dei suoi uomini. “Sono dichiarazioni di facciata per fare pressioni sugli altri stati africani – commenta scettica la nostra fonte – visto che a Mogadiscio e nelle altre città non c’è traccia di ritiro”.
 
Soldati etiopiPeacekeepers. Al momento la tattica etiope non sta pagando, visto che l’Ua stenta a trovare truppe da spedire in Somalia. “Ma anche se trovassero 8 mila soldati, cosa sperano di fare? – osserva una nostra fonte a Baidoa – Le truppe etiopi attualmente in Somalia sono circa 30 mila, e stanno mantenendo un minimo di ordine perché hanno fama di gente che spara. Ottomila peacekeepers non bastano neanche per Mogadiscio e poi, con le regole di ingaggio che avranno, dubito che potranno fare molto”. Il nuovo presidente della Commissione Ua, il ghanese John Kufuor, ha concluso il summit augurandosi che nelle trattative dei prossimi giorni vengano assegnati i 3.600 soldati che ancora servono per dare il via alla missione. Nei giorni scorsi, gli Usa hanno dichiarato che metteranno la loro forza aerea a disposizione della missione di pace. “Una decisione che suona un po’ ironica, visti i bombardamenti condotti dagli statunitensi nelle settimane scorse – commenta il giornalista – oltretutto la gente non si fida di loro. Così come per il governo di transizione e i suoi alleati etiopi, non c’è un disegno chiaro di stabilizzazione. La gente non capisce se siano qui per aiutare veramente la Somalia o semplicemente per occuparla”.
 
Riconciliazione. Non si hanno notizie sulla situazione nel sud del Paese, dove le truppe somalo-etiopi si scontrano periodicamente con gli ex-guerriglieri delle Corti islamiche nascostisi nelle foreste. Sul fronte politico, il presidente Abdullahi Yusuf ha acconsentito all’organizzazione di un tavolo di riconciliazione, per far luce su quanto successo in Somalia dallo scoppio della guerra civile, nel 1991, a oggi. Non è però chiaro se esponenti delle Corti islamiche vi saranno invitati. Da più parti della società civile è giunto l’appello di tentare il dialogo almeno con gli elementi islamici più moderati. Un appello che finora il governo non è sembrato entusiasta di fare proprio.

Matteo Fagotto

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