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Minacce. Il quotidiano arabo
Al Wattan riporta la vicenda di 45 ebrei yemeniti che hanno subito minacce da
una formazione di musulmani radicali e sono stati costretti a lasciare case e
quartiere per trasferirsi provvisoriamente in un albergo della città. “Chiunque
rimanga nelle case –si legge nel messaggio recapitato a un membro della
comunità- sarà ucciso o i suoi figli saranno rapiti”. Dall’albergo di Sa’ada
hanno inoltrato una protesta direttamente al presidente Abdullah Saleh. Le
minacce sono partite da un gruppo di radicali sciiti che fa capo a Hossein
Bader A-Din Al Khouty, secondo i quali gli ebrei avrebbero agito “per servire
la causa del sionismo globale, che punta a disseminare la decadenza tra la
gente, e allontanarla dai loro principi, dai loro valori e dalla religione”.
Nel delirante messaggio le famiglie vengono avvertite che sono state messe
sotto sorveglianza e la caccia agli ebrei viene giustificata nel nome
dell’islam.
Protezione. La scorsa
settimana un componente della comunità ebraica di Sa’ada è stato avvicinato da
uomini mascherati, che gli hanno dato due giorni di tempo per lasciare la casa.
“Siamo stati buttati fuori dalle nostre case –ha detto- abbiamo perso i nostri
soldi e non sappiamo come provvedere ai nostri figli”. Secondo Masoud, un uomo
che è entrato in contatto con una delle famiglie minacciate per conto di una
radio israeliana, le famiglie non avrebbero nessuna intenzione di emigrare in
Israele, e vorrebbero piuttosto continuare a vivere nello Yemen. “Sono
spaventati e le loro condizioni di vita sono molto peggiorate da quando devono
vivere in un albergo” dice. Nonostante le minacce del gruppo islamico fossero
esplicitamente dirette conto l’intera comunità, il governo ha rifiutato di
fornire loro assistenza, come spetterebbe a qualunque cittadino yemenita. La
comunità ebraica di Sa’ada ha vissuto in Yemen per generazioni, godendo della
protezione dei tolleranti capi tribù locali, ai quali pagavano tasse in cambio
della sicurezza. Gli ebrei in Yemen sono diverse centinaia e fino ad ora non
avevano avuto i gravi problemi di integrazione che affrontano in altri paese
del medio oriente. La maggior parte di loro è radicata nel Paese, dove può
praticare la propria vita religiosa e mandare i bambini a studiare nelle scuole
ebraiche. Israele per loro è solo un Paese dell’area, non un luogo dove andare
per sfuggire all’intolleranza. Almeno fin’ora.Naoki Tomasini
Parole chiave: Ebrei, Yemen, Sa'ada, Hossein al khouty, Abdullah Saleh