Una famiglia irachena come tante, rifugiate in Giordania per sfuggire dagli orrori della guerra
scritto per noi da
Eri Garuti
Layla non voleva lasciare Baghdad. Con la sua famiglia, è
rimasta in Iraq durante gli anni della guerra con l’Iran, poi sotto le bombe
americane del ’91 e durante i 13 anni di embargo che hanno impoverito il Paese
e corrotto la società stessa. Layla non si è allontanata neanche durante la
guerra del 2003, scoppiata quando lei era sposata da poco e incinta. Dopo la
caduta di Saddam ha sperato che nel suo Paese, assieme agli americani, potesse
arrivare un po’ di benessere economico, anche se il comportamento degli
occupanti e la violenza dei ribelli l’hanno presto disillusa.
Una lunga storia. Nel 2004 e nel 2005,
nonostante le quotidiane sparatorie e autobombe che la costringevano a stare
sempre in casa, non ha perso la speranza e non ha voluto lasciare il suo Paese.
Fino a che non è stata costretta. Dopo l’attentato del 22 febbraio 2006 alla
moschea di Samarra, che ha dato il via alla faida interreligiosa, ovvero alla
guerra civile, lei e suo marito hanno ricevuto minacce. Per Layla, sunnita, e
Ali, sciita, non c’era più un quartiere di Baghdad in cui poter vivere al
sicuro. Certo non quello di Ghazalyah, alla periferia ovest della capitale,
dove erano sempre vissuti, accanto ai genitori di lei. Nella zona, da tempo
controllata da miliziani sunniti integralisti, sono stati diffusi volantini che
intimavano agli sciiti di sparire entro 48 ore se non volevano essere uccisi.
Layla e suo marito non hanno avuto scelta e sono partiti per Amman. Lui,
ingegnere edile con una grande esperienza come capo progetto, cerca lavoro in
Giordania da quasi un anno, ma per i profughi è diventato impossibile ottenere
un impiego, soprattutto da quando un attentato di matrice irachena sventrò l’hotel
Radisson di Amman, nel novembre 2005. E così Layla e Ali stanno finendo gli
ultimi risparmi, poi saranno forse costretti a tornare in Iraq, dove sanno che
qualcuno li aspetta per ucciderli. O per rapirli, come è successo al marito di
Muna, la sorella di Layla. Muna era rimasta a Baghdad per partorire il suo
secondo figlio, ma, alla vigilia del giorno stabilito per il ricovero in
ospedale e per il cesareo, suo marito è uscito in cortile per accendere il
generatore di corrente (visto che, come sempre, a Baghdad mancava
l’elettricità) e non è più rientrato. I vicini hanno detto a Muna che quattro
uomini avevano caricato suo marito in macchina a forza e si erano allontanati
a
gran velocità. Pochi giorni dopo, ecco arrivare una richiesta di riscatto di
100mila dollari, una cifra irraggiungibile per un iracheno medio, anche per un
commerciante come lui. Dopo lunghe trattative, la richiesta si è ridotta alla
metà e tutti i parenti si sono dati da fare per mettere insieme il denaro e
consegnarlo ai sequestratori. L’uomo è stato rilasciato dopo circa un mese e si
considera molto fortunato: i rapitori gli hanno detto chiaramente che, se non
fosse stato sciita come loro, lo avrebbero ucciso dopo essersi intascati i
soldi. E’ stata questa la sorte di molti vicini e conoscenti di Layla, spariti
nel nulla nonostante il pagamento di 60 o 70mila dollari di riscatto, in un
Paese in cui i rapimenti sono diventati la prima fonte di finanziamento della
guerriglia, sia sunnita che sciita.
Profughi in fuga. Ora Muna, suo marito e i
loro bambini sono ad Amman, a ingrossare le fila dei profughi iracheni
destinati a rimanere disoccupati, anche se in cerca di un lavoro qualsiasi che
consenta loro di mantenere la famiglia e, in questo caso, di restituire ai
parenti i soldi prestati per il riscatto.
I genitori di Layla e Muna hanno tentato di uscire
dall’Iraq con il figlio minore, poco più che ventenne, per salvarlo dai
combattenti delle opposte fazioni. I giovani sono ricercati sia dalle milizie
del proprio gruppo religioso, che li vogliono arruolare a forza, sia da quelle
rivali, che cercano di eliminare i ragazzi prima che vengano assoldati.
Genitori e figlio sono stati però bloccati alla frontiera
e hanno scoperto che la Giordania aveva deciso di impedire l’ingresso degli
iracheni maschi tra i 18 e i 35 anni. Tutti e tre sono tornati a Baghdad e solo
qualche mese dopo il ragazzo è riuscito a passare il confine, dimostrando di
essersi iscritto a una facoltà di Amman. Il padre e la madre sono rimasti a
Baghdad, dove insegnano entrambi in quell’università, colpita quasi ogni
settimana dai terroristi, che vogliono impedire alla gente di studiare e di
imparare a difendersi dal loro modello culturale distorto. Entrambi aspettano
con ansia di poter andare in pensione. Continuano a vivere a Ghazalyah e sempre
più di rado si avventurano a far visita a una sorella di lei, Hiba, che abita
ad Arassat El Hindya, quartiere misto del centro, un tempo popolato soprattutto
da cristiani, che oggi sono in gran parte fuggiti all’estero. Hiba, sunnita, ha
ricevuto minacce dagli sciiti del vicino quartiere di Jadryah, che pretendono
di estendere la zona di loro pertinenza includendo Arassat El Hindya, fino a
pochi anni fa sinonimo di ricchezza e di apertura all’occidente, con i suoi
negozi pieni di abiti attillati e di ristoranti con nomi europei. Ora i
ristoranti sono chiusi e nessuna donna si azzarda più ad uscire di casa senza
il velo.